Intervista. Giustizia, la penultima parola


Marco Ferrari giovedì 17 marzo 2016
​Parla dil filosofo Botturi: è un'arte difficile tanto più che spesso si pensa di ottenerla con una applicazione razionale della legge.
Giustizia, la penultima parola
Domani e sabato si svolgono a Roma, presso l’Università Pust (Pontificia Università degli Studi San Tommaso d’Aquino, Largo Angelicum 1) le “Romanae Disputationes” sul tema «Unicuique suum. Radici, condizioni ed espressioni della giustizia», che costituisce la terza fase del Concorso Nazionale di Filosofia rivolto agli studenti del triennio. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, l’Istituto Toniolo, la Fondazione De Gasperi e altri. Dopo un itineriario nei luoghi di Roma, nel pomeriggio si terrà la lectio di Marta Cartabia, vicepresidente della Corte costituzionale (che analizzerà i contenuti della giustizia nelle diverse corti costituzionali europee). Seguiranno i seminari «age contra junior» sui casi della giustizia, proposti da Adelino Cattani. Sabato, Sebastiano Maffettone della Luiss parlerà della giustizia nella filosofia contemporanea. Nuovi seminari di discussione e poi premiazione finale dei più meritevoli. Info: romanaedisputationes.com. A Francesco Botturi (nella fotina), filosofo della Cattolica e collaboratore al convegno romano, abbiamo chiesto di spiegare come la filosofia può tornare a icoinvolgere i giovani.Francesco Botturi, docente di filosofia all’Università Cattolica di Milano, è uno dei fattivi promotori delle “Romanae Disputationes”, il concorso nazionale di Filosofia che si tiene domani e sabato a Roma all’Università Pust (Largo Angelicum 1) sul tema della giustizia. Lo abbiamo interpellato per capire meglio che importanza abbia oggi una iniziativa come questa. Professor Botturi sembra che vi siano sensi molto diversi di 'giustizia' e che nella società civile la bandiera della giustizia serva molto spesso solo per giustificare soluzioni opposte. Da dove cominciare per giungere a un’idea di giustizia? «L’idea di giustizia ha seguito i percorsi del complesso e plurimo pensiero occidentale, per cui il dire che cosa sia giustizia risponde sempre a un’intiera concezione del mondo. Per lunghissimo tempo, antico, medievale e primo moderno, l’idea di giustizia era basata su una visione realista che ancorava la giustizia a un senso della realtà non dipendente dall’uomo (ordine cosmico, divino, teologico, ontologico, naturale). Lungo la seconda modernità e l’epoca contemporanea anche l’idea di giustizia è stata riassorbita nella soggettività. Credo che il compito di oggi sia di ritrovare la via del realismo tenendo conto insieme della componente soggettiva del giusto e del 'rendere giustizia'. La giustizia infatti non è una cosa, ma appartiene all’ambito pratico dell’agire e per questo va coniugata con un verbo di azione. Giustizia significa 'rendere giustizia'; a che cosa? Giusta è l’azione che rende giustizia al bisogno di vita buona di altri. Il senso della giustizia nasce dal nesso tra l’esistenza umana e i suoi bisogni nel contesto storico delle relazioni umane. Il senso della giustizia nasce dalla partecipazione di più soggetti al bene dell’esistenza e ai suoi bisogni: qui è intuitivo il dovere di 'dare a ciascuno il suo'». Nella lectio magistralis, che ha dato avvio alle “Romanae Disputationes 2015/16”, Gustavo Zagrebelsky ha sottolineato il rischio che la giustizia, intesa in termini meramente razionali, corre di stabilire imposizione astratte e quindi violente, e ha richiamato invece la centralità delle emozioni e del disagio emotivo che ciascuno prova di fronte al male come unica base per individuare il giusto. Che ne pensa? «La realtà (azioni e relazioni) che la giustizia deve regolare è certamente molto complessa, per cui è chiaro che l’idea del rendere giustizia per via deduttiva dai principi del giusto è insufficiente. Il giusnaturalismo moderno ha percorso spesso questa via pretenziosa. I principi regolano i criteri ordinamentali e questi devono misurarsi con la concretezza del caso. Per questo la iuris-prudentia è indispensabile per determinare induttivamente le regole prossime dell’agire concreto; il rendere giustizia è un’opera di progressiva approssimazione. Nella sua lectio Zagrebelsky, però, ha risposto alle difficoltà del razionalismo giuridico con il ricorso al sentimento, alla capacità di avvertire la propria avversione o propensione nei confronti dei modi e dei contenuti dell’azione. Come già nell’etica del sentimento di Hume, è possibile ammettere che vi siano sentimenti universali di apprezzamento o di riprovazione, ma è molto problematico porre questo a fondamento del senso della giustizia; tanto più in un mondo così pluralista e sempre più emotivista come l’attuale. Si finirebbe per far dipendere socialmente il giusto solo da criteri di consenso e di efficienza; criteri che anche il diritto nazista poteva vantare. Questo non significa che una componente (di connaturalità) affettiva non sia una componente reale del giudizio pratico di giustizia, che può aiutare a percepire il giusto e l’ingiusto». Qual è il contributo originale della cultura cristiana nel delineare il concetto di giustizia? E quale rapporto c’è tra giustizia e misericordia? «Nel cristianesimo la grazia è un ordine superiore e più perfetto di quello della legge, per questo esso ha sempre inciso sul diritto in senso 'umanizzante', a partire dal suo rapporto con la legge ebraica e con il diritto romano. Per il cristiano dovrebbe essere più facile capire che la giustizia non è l’ultima parola, ma la penultima; la giustizia ha a che fare con la buona vita, ma la giustizia non è autosufficiente, sia perché l’opera della giustizia umana è sempre imperfetta, sia perché essa non è in grado di rispondere al problema che l’ingiustizia pone a proposito dell’irreversibilità del male compiuto. Avere il senso della giustizia non impedisce di essere ingiusti e l’applicazione della giustizia non è in grado di rimediare al male commesso. Solo la misura eccedente del perdono e della misericordia rispondono al bisogno di perfetta giustizia». A proposito della capacità/incapacità dell’uomo di rendere giustizia, perché a suo parere un’esigenza così profonda come la giustizia viene tanto spesso violata? Che cosa risponderebbe all’eterna obiezione di Trasimaco, che la giustizia è il diritto del più forte? «La cosa è strettamente connessa all’esperienza della relazione tra gli uomini, dove è tanto è evidente che di essa hanno un insostituibile bisogno, quanto che non sanno stare in relazione; nelle sue relazione l’uomo sembra dotato di una straordinaria capacità di produrre infelicità, di rendere e rendersi infelice. Questa antinomia dovrebbe far profondamente riflettere sull’incapacità che hal’uomo di darsi ciò di cui ha bisogno: potrebbe essere una buona occasione per essere meno presuntuoso e più umile. Così è per il rendere giustizia, che consiste nel tentativo di realizzare il bene delle relazioni. Ma se l’uomo è un essere relazionale, rendere giustizia alle relazioni significa complessivamente dare soddisfazione anche a se stessi; come Platone aveva perfettamente compreso contro il sofista Trasimaco: l’ingiustizia rende ingiusti e fa danno all’ingiusto; invece alla giustizia corrisponde una 'convenienza' antropologica, che è anche fondamento del dovere di rendere giustizia. Eppure l’uomo sceglie spesso la via corta del soppruso e della violenza. Si potrebbe dire che normalmente l’uomo fa il male, perché dispera che il bene sia davvero possibile: poiché dispera che anche l’altro stia alla regola del bene, cerca di prevenire il danno facendo il male; inoltre il male subìto appare irreparabile, chi potrà mai restituire il bene sottratto? Meglio procurarselo a spese dell’altro. La questione è seria. Come ha detto Horkheimer, senza un orizzonte di redenzione finale come può l’uomo vivere all’altezza dell’esigenza di giustizia? Forse la radice più profonda di ogni ingiustizia sta nella presunzione di poter essere integerrimi attori di giustizia». Per quale motivo lei e l’Università Cattolica avete ritenuto opportuno coinvolgervi così tanto con un Concorso di filosofia per studenti liceali? «Perché l’iniziativa di “Romanae Disputationes” testimonia un rinnovato interesse per la filosofia e l’ampia articolazione dei momenti di cui si compone (lezioni, ricerche, dibattiti, video e foto, competizione ecc.) ne fanno un esempio di come riproporre il pensiero filosofico ai giovani di oggi spingendoli all’esercizio della ragione».
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