giovedì 9 febbraio 2017
“La Stampa”, un racconto lungo 150 anni che parte dal Nord Ovest. Parla il direttore Molinari: «Un’anima “glocal” pronta alle nuove sfide del digitale
Il direttore de La stampa, Maurizio Molinari

Il direttore de La stampa, Maurizio Molinari

Con i tempi che corrono, a un quotidiano che arriva al traguardo del secolo e mezzo di vita si guarda con rispetto ma anche con un’inquietudine condivisa: che ne sarà domani dei giornali, in crisi di credibilità e di copie? A un ambiente alquanto in ansia per il suo futuro porta un po’ di ottimismo il rotondissimo compleanno de La Stampa – oggi, con il presidente Sergio Mattarella in visita – che dall’alto della sua lunga navigazione sembra dire che se i quotidiani hanno resistito tanto a lungo non sarà per arrendersi proprio nell’era dell’informazione ubiqua e inesausta. Maurizio Molinari, da poco più di un anno al timone del quotidiano torinese, è nella scomoda ma interessante posizione di chi vede il futuro in prima fila, e deve intuire per tempo la rotta sulla quale portare una nave così gloriosa.

Qual è oggi l’anima di un quotidiano storico come quello che dirige?
«I 150 anni de La Stampa sommano le due identità del giornale. Il Nord Ovest in cui è nato, e che gli garantisce una solida base di lettori, ha la peculiarità di essere profondamente locale e di avere insieme una forte vocazione internazionale. La gente di queste terre vuole sapere tutto della propria città ma chiede anche di essere informata su quel che accade in Germania, o negli Stati Uniti, lontano da casa sua. Un giornale che vuole farsene interprete non può che essere 'glocal'. E questa è la nostra identità».

L’integrazione già avvenuta con il «Secolo XIX» e la fusione in arrivo con «Repubblica» pone interrogativi sull’assetto dell’informazione. Di che processo si tratta?
«Nasce da una necessità perché consente una riduzione dei costi a fronte del calo delle copie vendute, limitando gli interventi nella parte redazionale perché i risparmi avvengono sopratutto sulla struttura industriale, con l’impegno di preservare la diversità dei prodotti, che hanno lettori diversi e non assimilabili. Si tratta di un gruppo editoriale orizzontale, come lo è Newscorp nel mondo anglosassone. È un modello nuovo per l’Italia, credo offra grandi opportunità».

È ancora possibile avvicinare nuovi lettori a un quotidiano?
«Andiamo verso un modello diversificato, nel quale l’informazione su carta è destinata a essere di qualità sempre maggiore e con scelte più stringenti, mentre il web diventa il contenitore generico. La distanza tra i due milioni e 200mila utenti singoli giornalieri sul nostro sito e le 150-180mila copie cartacee diffuse descrive la distribuzione dei contenuti su più piattaforme, con il lettore online che si attende di trovare la stessa qualità giornalistica della carta».

Con la differenza che alle aziende editoriali il web fornisce ricavi marginali...
«È così, e infatti ogni azienda editoriale è alla costante ricerca di un modello di business. Nell’attesa di trovarla bisogna sviluppare ogni piattaforma: carta, sito, video e social network».

Perché continuare a investire sull’informazione online se non garantisce risorse sufficienti?
«Non c’è mai stata una ricerca di contenuti come in questa epoca, e ciò avviene perché vi- viamo una fase di grande accelerazione della storia. Non abbiamo alternative all’offrire contenuti di qualità su ogni piattaforma. Il fatto che il modello per rendere sostenibile il sistema non sia ancora stato trovato non può far dimenticare che lo stanno cercando tutti».

Il massimo dell’interesse per le notizie coincide con il massimo della crisi per l’industria dell’informazione. Come se ne esce?
«Occorre tenere saldo il radicamento locale e identitario. Per un gran numero di cittadini che vivono fuori dai centri urbani i quotidiani restano uno strumento irrinunciabile. Quando in un paese chiude un’edicola, o se la posta consegna a giorni alterni, come purtroppo accade, priviamo di un diritto fondamentale molti lettori estranei ai circuiti del wi-fi».

È un pubblico residuale, in via d’estinzione, o c’è un modo per allargarlo?
«Non c’è dubbio che l’età media dei lettori su carta sia elevata, e che i giovani si informino sul web. Però vedo segnali interessanti da prodotti cartacei molto specifici (penso ad esempio al nostro settimanale Origami) con lettori più giovani e anche differenti rispetto al quotidiano. Probabilmente il mercato è composto da molte nicchie in cerca di temi e di proposte di lettura originali e approfondite. Il prodotto generalista è destinato a rimanere, con un marchio che garantisce la qualità di cui si va in cerca anche quando si visita un sito informativo o si accetta la proposta di un nuovo contenitore».

Sulla rete però tutti offrono informazione, anche chi giornalista non lo è. E in più l’abitudine ormai consolidata è di consumare notizie gratis.
«Siamo di fronte al ripetersi di uno schema che attraversa la storia della comunicazione: la radio si sommò ai giornali, la tv poi fece lo stesso, e ora il web conferma che le piattaforme non si annullano ma si sommano. Siamo in una fase di trasformazione del mercato e delle abitudini tale da imporci di non escludere nulla. Dovremmo allarmarci se ci fosse disinteresse verso i contenuti, ma è vero l’esatto contrario. Dobbiamo semplicemente modulare l’offerta sulla crescente richiesta. Puntando sulla qualità per fare la differenza».

Per chi fa informazione risulta sempre più difficile proporre notizie sui social network senza restare sopraffatti dal grande rumore di fondo. Come sopravvivere a questo abbraccio soffocante?
«È doveroso essere sui social network per capire cosa accade in una fetta importante dell’opinione pubblica, ma per farlo occorre una nuova tipologia di giornalisti con un profilo specifico, capaci di interagire senza sosta con chi abita la rete, con la sensibilità di capire cosa sta accadendo e la prontezza di offrire buona informazione. La qualità dei contenuti va garantita su ogni piattaforma, i fondamenti del 'vecchio' mestiere sono gli stessi ma il lavoro richiesto da questo ambiente è del tutto diverso, e richiede professionalità nuove cui dovremmo far posto nelle redazioni».

Come immagina i giornali tra dieci anni?
«L’integrazione tra carta e web non potrà che accelerare, avremo un corpo redazionale unico con giornalisti in grado di produrre su più piattaforme. Questo porterà al potenziamento delle peculiarità individuali per adeguarsi a richieste e prodotti specifici indirizzati a determinati settori di pubblico. Il fenomeno delle fake newsdimostra che il buon giornalismo è indispensabile: quanto più cambierà la struttura delle piattaforme tanto più sarà importante conservare la qualità giornalistica. Alla fine sarà questa a prevalere, perciò oggi dobbiamo difenderla, ovunque».

Del rapporto di un giornale con la sua terra fa parte anche la relazione con un mondo cattolico vitale come quello di Torino e del Piemonte. Come si relaziona oggi il quotidiano del territorio con questo mondo?
«Alla direzione de La Stampa, arrivando da Gerusalemme e New York, ho fatto esperienza del rilievo che qui ha ancora oggi la tradizione del cattolicesimo sociale, con le sue opere per il prossimo, straordinarie quanto realizzate con una discrezione tutta sabauda. La Chiesa di base del Nord Ovest e le stesse famiglie cattoliche si stanno assumendo responsabilità crescenti in ambiti delicatissimi, come la presa in carico di migranti minori, anche molto piccoli. Sono impressionato dalla loro testimonianza e dalla semplicità con cui viene raccontata».

Perché allora della Chiesa si parla prevalentemente quando crea polemica o 'scandalo'?
«A Torino si preferisce tenere un profilo basso, uno stile che impedisce di enfatizzare il bene che si fa, del quale spesso si viene a conoscenza per caso. E i cattolici non fanno eccezione, anzi. In più, la città esprime sempre un approccio moderato agli argomenti, e questo accomuna laici e credenti. È come se ci si volesse mettere al riparo dagli estremismi che caratterizzano la nostra epoca».

Il Papa – di radici piemontesi – su questo aspetto è un esempio...
«Francesco ha anticipato il tema che oggi segna il dibattito politico globale: la denuncia delle diseguaglianze, che se non curate producono fenomeni di rigetto. La Chiesa di base va certamente raccontata meglio e di più, ma i protagonisti ci devono aiutare a far conoscere il bene che fanno».

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