venerdì 10 novembre 2023
I primi a stampare in arabo in tutta la Palestina sono stati i francescani. Nel maggio 1845, infatti, per le necessità pastorali fu inviata una “machina” alla Custodia di Terra Santa
La tipografia francescana di Gerusalemme negli anni ’20 del Novecento

La tipografia francescana di Gerusalemme negli anni ’20 del Novecento - Terra Sancta Museum / Custodia di Terra Santa

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Forse non tutti sanno che i primi a stampare libri in arabo a Gerusalemme sono stati i francescani. Il 13 giugno del 1843, il Kaiser Ferdinando I d’Asburgo-Lorena avviava le procedure per il ristabilimento, a Vienna, del Commissariato Generale di Terrasanta, il cui compito, al pari degli altri Commissariati europei – la cui istituzione risaliva al 1421 per volere di papa Martino V –, era quello di sostenere la raccolta di elemosine in favore dei frati gerosolimitani al fine di promuoverne le attività caritative a fronte dell’esosa tassazione imposta dalle autorità ottomane. La loro era una presenza antica, risalendo, si può dire, a Francesco stesso e alla creazione, nel 1217, della cosiddetta Provincia Ultramarina. È, tuttavia, nel secolo successivo che si colloca il sorgere della Custodia Terrae Sanctae, tutt’oggi principale riferimento del Cristianesimo latino in Israele-Palestina. Nel 1333, grazie all’intercessione dei reali di Napoli, Roberto d’Angiò e Sancia d’Aragona, il sultano egiziano concesse ai “frati della corda” il possesso del Cenacolo e di alcune cappelle limitrofe, oltre alla possibilità di dimorare all’interno del Santo Sepolcro. Nel 1342, con le bolle Gratias agimus e Nuper carissimae, papa Clemente VI affidò loro la cura dei Luoghi Santi.

I secoli successivi avrebbero visto i figli di san Francesco, impegnati per alleviare la condizione dei cristiani di Terrasanta, trasformarsi in un presidio culturale tramite l’istituzione d’uno scriptorium attivo nella copia, nella rielaborazione e nella preservazione di manoscritti, finalizzato a rispondere alle necessità pratiche, intellettuali e spirituali della comunità e dei pellegrini in visita a Gerusalemme. Una tradizione, questa, sostanzialmente ininterrotta; che avrebbe conosciuto un rinnovamento profondo allorché, nel maggio del 1845, per ovviare alla difficoltà crescente delle comunicazioni, rese difficili dalle restrizioni turche, il padre custode, Cherubino da Civezza, avrebbe domandato al confratello Giuseppe Matzek, cui era stato affidato il Commissariato viennese, l’invio d’una «machina typographica» con una polizza in arabo e una in latino per sopperire alle necessità pastorali della Custodia. Nasceva così il primo nucleo della Franciscan Printing Press, destinata a farsi spettatrice d’un mondo in forte mutamento.

Le sue vicende sono illustrate, ora, da Arianna Leonetti, dottore di ricerca in Storia e Letteratura dell’età moderna e contemporanea e docente di Marketing del prodotto editoriale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, autrice di un volume brillante: Stampato a Gerusalemme. Storia della tipografia francescana di Terra Santa tra Otto e Novecento, edito dalle Edizioni Terra Santa (pagine 352, euro 50,00) nella prestigiosa collana degli “Studia Orientalia Christiana. Monographiae” (n. 33). Come si diceva, «in una Gerusalemme sotto il ferreo controllo ottomano, i francescani furono i primi a stampare in arabo in tutta la Palestina. E stampare in arabo […] era per loro una prova fondamentale e inderogabile, dettata dalla necessità di provvedere in completa autonomia al necessario per le scuole e per i fedeli cristiani arabofoni». Inizialmente, la principale urgenza dei frati pare fosse quella di sopperire alla mancanza di testi scolastici, cui – secondo lo spirito dei tempi – si aggiungeva la necessità di “combattere” «lo spaccio di opere cattive, procurato in ispecie dai Protestanti».

Fondato su abbondante materiale inedito, conservato nel Convento di San Salvatore a Gerusalemme, il libro di Leonetti fornisce un quadro accurato del primo secolo di vita d’una «tipografia che è casa editrice e insieme opera missionaria»: dalla stampa del primo opuscolo, un Abecedario arabo, distribuito tra i giovani delle scuole francescane, al confezionamento, nel 1847, d’un vero e proprio Catechismo in arabo ed in italiano ad uso de’ fedeli di Terra Santa, sino all’edizione di grandi opere in favore dello Studium Biblicum Franciscanum.

La studiosa ne segue le vicende nel loro sviluppo: dai momenti di crisi agli sforzi di ammodernamento, con particolare attenzione alla ricchezza e alla varietà delle pubblicazioni – monografie, cataloghi, guide di pellegrinaggio, manuali scolastici, testi musicali, e così via –, senza mai dimenticare il contesto, sconvolto da difficoltà politiche e tensioni internazionali. Uno sforzo ingente, come mostrano le appendici documentarie e l’importante apparato iconografico, che presenta inedite fotografie di libri, documenti e attrezzi di stampa ritrovati – «tanto fortunatamente quanto fortuitamente » – in un deposito sotterraneo del convento stesso. Ciò che emerge è l’idea d’un importante investimento culturale di carattere, sì, educativo e pastorale ma non solo. Siamo di fronte, insomma, a una vicenda straordinaria, ricostruita con pazienza, attenzione e tenacia, capace d’offrire un’immagine accurata del funzionamento di un’officina tipografica tra Otto e Novecento e una testimonianza del modo in cui i francescani, senza abdicare al loro ruolo, siano stati (e continuino a essere) una presenza costruttiva e di pace in Terrasanta.


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