mercoledì 25 aprile 2012
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​«Mi confronto ogni giorno con la necessità di sentirmi adeguato nei confronti di quello che devo fare su questa terra: a cinquant’anni penso spesso che un giorno dovrò rendere conto delle mie azioni». Posi la penna e guardi dritto negli occhi Daniele Gatti. Ci trovi una verità che ti spiazza. E che un po’ inquieta, perché ti butta in faccia, inaspettati, i grandi punti interrogativi dell’uomo che il direttore d’orchestra milanese non ha paura di affrontare. Tanto che non ci pensa troppo a mettere da parte per un attimo il suo primo cd targato Sony – tutto Debussy, con l’Orchestre national de France: La mere, Prélude à l’après-midi d’un faune e Images –, l’occasione di questa intervista. «Se sbaglio un’interpretazione dovrò renderne conto al compositore». E parlando di musica parla della vita. «Perché un domani ci sarà chiesto come abbiamo impiegato i talenti che ci sono stati dati. Se io metto il mio talento al servizio della musica, vuol dire che devo inevitabilmente far fare un passo indietro al mio io, cercando di capire se è il momento di affrontare un teatro, una certa orchestra, se è il momento di rilasciare interviste di un certo tipo per far parlare di me».Gatti prende atto che anche il mondo della musica è stato intaccato dal modello che, veicolato da Internet e dalla tv, spopola oggi: rincorrere la popolarità e il successo a tutti i costi. Ma se uno sfrutta la musica per far carriera – dice serio – si deve mettere una mano sulla coscienza e più che confessarlo agli altri deve guardarsi allo specchio e dire: Non sono onesto». Per spiegartelo ancora meglio il direttore riprende in mano il suo cd. «I dischi che compravo da ragazzo erano di gente che prima di mettersi ad incidere ha fatto la professione: io ho voluto seguire questa strada perché ho sempre pensato che un musicista prima o poi debba registrare per lasciare traccia del suo passaggio. Il problema è che oggi si entra in sala di registrazione quando si è ancora sui banchi di scuola». Il pensiero va subito al fenomeno dei baby direttori. «Le case discografiche hanno sempre più bisogno dell’evento: incidiamo con quel direttore perché dietro ha una storia da raccontare, dicono. Oggi si vendono storie, non musica, sfruttando in maniera infima per fini puramente commerciali il lavoro e le sofferenze dei compositori». Dice di «rabbrividire al pensiero che ragazzini inesperti, solo perché hanno alle spalle "una storia", si cimentino con partiture nelle quali i compositori hanno messo i loro drammi e le loro sofferenze, a volte lasciandole incompiute perché li ha colti la morte, pagine nelle quali ancora oggi molti trovano la forza di andare avanti e che sono motivo di consolazione per gli spiriti umani».Gatti non dimentica di essere stato giovane e di essere salito subito su podi importanti. «Di fronte ai primi successi ti sembra di avere il mondo in mano, è capitato anche a me. A 28 anni quando mi è stato offerto il podio della Scala sul leggio avevo un titolo come L’occasione fa il ladro di Rossini: avevo diretto cose ben più impegnative e forse consideravo che quell’opera, dopo aver fatto un certo tipo di esperienze ed entrando alla Scala senza rilasciare mezza intervista, poteva essere alla mia portata». E ricorda che «quando mi hanno offerto di tornare con la verdiana Luisa Miller, ho detto no. Certo oggi, dove anche nella musica la logica dominante è quella del tutto e subito, è dura trovare il coraggio per dire dei no» spiega il musicista, lasciandosi poi andare ad un consiglio per i giovani: «Occorre essere puntellati a terra, cosa che risulta ancora più facile se si hanno vicino persone che ti vogliono bene e ti consigliano per il meglio: io questa fortuna l’ho avuta e ho anche avuto la fortuna di essere illuminato e non solo talentato visto che con il talento si fa poco se non c’è altro». «Altro» che per Gatti «è un dono che quotidianamente dobbiamo mostrare di meritare».
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