martedì 6 agosto 2013
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«All’Avvocato quella volta che lo incontrai la prima domanda è stata: ma secondo lei in Italia ci sono più juventini o democristiani? Agnelli sorrise e cortesemente rispose: “Mi documenterrrò e poi le farrrò saperrre”. Pensavo me liquidasse a calci e invece scortato da un esercito di guardie del corpo mi invitò a cena con Platini e tutta la Juventus...». Comincia così l’incontro con Giampiero Galeazzi, un “gigante”, («in ogni senso, sto’ a 130 chili adesso e le scale - come dissi a Giancarlo Dotto - le affronto come la mangusta attacca al serpente»), del giornalismo sportivo. «Me fa’ piacere che me venite a cercà... Pensavo proprio ieri: la mia vita è stata tutto un incrocio del destino, il mio e quello con i tanti campioni che ho incontrato facendo sto’ mestiere, il più bello che c’è. Insomma sta’ storia, che poi sto’ a scrive, sarebbe degna di un libro. Titolo? “Andiamo a vincere”, frase detta in diretta a Seoul quando “spinsi” i fratelli Abbagnale all’oro olimpico». Ottobre 1988, 25 anni fa, momenti di gloria condivisi da un popolo intero. «Alla fine, tanto avevo strillato che ero più stanco e sudato di Antonio e Carmine. Quel giorno, giuro che ero felice come se ce fossi salito io sul podio». E Galeazzi sul podio c’era salito sul serio: campione del mondo junior e olimpionico di canottaggio a Messico ’68. Remi e racchette («al microfono ho fatto più tennis de “er maestro”, Nicola Pietrangeli»), le sue passioni giovanili. E in mezzo anche una laurea prima di entrare per 40 anni nel ventre di mamma Rai. «Me so’ laureato in Economia e Commercio, tesi in Statistica. Mi chiamarono alla Fiat in quanto atleta, ma so’ ritornato subito a Roma a fa’ il vitellone con la benedizione de mamma. Se non me fossi rotto una gamba giocando a pallone avrei anche continuato a gareggiare. Invece un funzionario un po’ fascistone che frequentava il Circolo Canottieri me presentò in Rai. Quando Evangelisti mi vide entrare fece al mio pigmalione: “Oh ma chi è sto bisteccone che c’hai portato?”». Da allora divenne “er Bisteccone” nazionale. Debutto radiofonico ai Mondiali del Messico ’70, prima volta da inviato, Olimpiadi di Monaco (1972). «Seguivo il canottaggio e poi quando ci fu l’attentato dei fedayn di “Settembre Nero” andavo in giro per il villaggio olimpico a raccogliere testimonianze sull’omicidio degli atleti israeliani. Una tragedia, ma io ero pieno d’euforia, me pagavano per fa’ quello che me piaceva: raccontare lo sport e i suoi protagonisti». Racconti partecipati, narrati con voce calda e suadente, al punto da farlo promuovere alla televisione. «Quando me ne andai dalla radio per passare alla tv, Guglielmo Moretti mi disse minacciandomi in romagnolo stretto: “Ricordati, se un giorno ti incontrassi sanguinante non ti soccorrerei”. Ameri invece paterno mi prese da parte e mi disse: “Giampiè, qui sei il “numero 35”, lì potresti diventare il numero uno”. C’aveva ragione, In poche settimane ero la voce e il volto dello sport del Tg1». Voce e volto inconfondibile dallo stadio Olimpico di Roma per “90° Minuto”. «Una squadra irripetibile quella, guidata dal carisma di Paolo Valenti. La domenica memorabile? Quando sulla pista dell’Olimpico se materializzò un taxi giallo assieme alla pantera della Polizia per arrestare i giocatori coinvolti nello scandalo del calcioscommesse. Scene assurde, che però me pare se vedono ancora no?...». Mai più rivista invece in video la “strana coppia”: Giampiero Galeazzi e Beppe Viola. «La Rai a me e Beppe ci spedisce alle Olimpiadi di Montreal e ci chiedono dall’oggi al domani uno speciale da mandare subito in onda. Panico, ma io vado a dormì sperando che la notte porti consiglio. Beppe invece esce a fare un giro e alle 4 del mattino me bussa alla porta tutto eccitato: c’aveva 200 fogli di appunti scritti, erano i trenta minuti di speciale del giorno dopo. Io ce mettevo er fisico e la grinta de chi se buttava dentro un pullman in corsa per una dichiarazione de Bearzot. Beppe c’aveva la scrittura e le idee di uno di un’altra categoria: prendeva la stoffa grezza che je portavo e ce cuciva un abito perfetto, de classe». Tandem vincente fino a Spagna ’82, poi il fuoriclasse Viola morì. Ma anche Galeazzi è stato un fuoriclasse delle esclusive. «Finita Italia-Germania 3-1 urlo “campioni del mondo” direttamente dal campo che c’avevo già Paolo Rossi sotto l’ascella. I poliziotti spagnoli me manganellavano - ride di gusto - , pensavano che stavo a strangolà Pablito... E il giorno dello scudetto del Napoli? Me chiusi con Diego Armando Maradona dentro a uno sgabuzzino del San Paolo con fuori duecento inviati da tutto il mondo che quando so’ uscito me volevano lincià. Diego se divertiva a parlà solo con me, ma alla lunga l’ho pagata... Questa è una Repubblica fondata sull’invidia più che sul lavoro. E quando so’ arrivato all’apice hanno cominciato a boicottamme. C’ho 67 anni e sto’ in pensione da pochi mesi, eppure ai Mondiali americani m’avevano già messo in panchina». Ma in quelle lunghe notti di Usa ’94 al seguito della Nazionale ci fu un incontro magico, quasi epocale, con Mara Venier. «Una sera in uno di quei locali jazz di Manhattan dove la portava Renzo Arbore, davanti a una bisteccona de carne vera Mara me fa’: “Ti voglio a “Domenica In” con me!”. Pensavo me stesse a prende in giro... Invece, assieme a lei per cinque anni alla domenica ho ballato, cantato e dato i risultati di 90° Minuto. Mara è un genio, capì prima di tutti che spettacolo e calcio so come due amanti che assieme stregano er popolo. Risultato? Facevamo 11 milioni di telespettatori, 40% di share. La gente me fermava per strada per l’autografo. La Wertmuller me voleva a teatro nella parte di un imperatore. Mi offrivano 20-30 milioni di lire per una serata in discoteca, ma a quel punto prevaleva il giornalista professionista e io alle marchette non me so’ mai prestato». Eppure il Bud Spencer dello sport, il “Giampiè” nazionalpopolare non era gradito al collegame. «Me diedero del “giullare”. E io stavo per mollà tutto quando i miei figli (Susanna e Gianluca, giornalisti rispettivamente a Mediaset e La7) me dissero che a scuola li prendevano in giro per colpa mia. Brando Giordani mi convinse a restare: “Ma dove vuoi andare? Non lo vedi che sei una bomba: quando ti sdrai sul letto con Mara tutti gli italiani ti invidiano”. So’ rimasto e ho fatto bene, mica dovevo intervistà tutta la vita il centravanti dell’Inter?». Alla redazione sportiva della Rai però la pensavano diversamente. «E infatti m’hanno fatto fuori. Intanto però stava morendo anche il giornalismo sportivo. Oggi s’è ridotto a conferenze stampa con tutti appresso a un solo giocatore e tutti che mandano lo stesso filmato con le stesse identiche dichiarazioni. Io ho vissuto i tempi d’oro e ho imparato tanto dai “giganti”: Ameri, Ciotti, Giubilo, Martellini. Quelli de oggi? So’ specialisti del sensazionalismo. Caressa? Esagera, ma è anche l’unico che ai Mondiali in Germania mi è venuto a salutare dicendomi: “Grazie Galeazzi, la mia generazione ti deve tutto”. È il più bel complimento che ho ricevuto dopo quello di Sandro Petrucci che mi ripeteva: “Tu c’hai tre anime, quella popolare degli stadi di calcio, l’aristocratica del tennis e poi quella romantica di uno sport povero e di fatica come il canottaggio». E poi ci sarebbe la quarta anima, quella del tifoso laziale che lascia la postazione del tennis al Foro Italico e corre all’Olimpico per andare a festeggiare lo scudetto del 2000. «Mi stavo addormentando in telecronaca per un match di due spagnoli anonimi, quando sento la Juventus che stava perdendo e la Lazio che aveva già battuto la Reggina. Scappo allo stadio, salgo in tribuna Monte Mario e tutti che m’abbracciano... Non c’era un collega, stavano tutti a Perugia per lo scudetto della Juve e invece lo scudetto era lì, della mia Lazio. E io feci l’unico servizio Rai». Ma alla Rai non gli perdonarono quel “buco del tennis”, un’ora di immagini a microfono spento. «Non ho rimpianti ho dato l’anima per sto’ mestiere... M’hanno insegnato a trasmettere emozioni e per farlo devi stare dentro l’evento. La Rai mi ha dato tanto, ma sento che potrei dare ancora di più, se non altro in esperienza. Basta che me chiamano, magari “andiamo a vincere” anche in Brasile...».
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