giovedì 30 luglio 2020
Il 31 luglio festeggia il secolo di vita. La collega Zappa Mulas: «Firma poche regie di prosa. Invece la divertono le regie d’opera. Forse perché lì in palcoscenico non ci può stare»
Franca Valeri nel 1973 con Nariella Devia, Giorgio Gatti e Maurizio Rinaldi durante le prove di “Il telefono” di Gian Carlo Menotti per il festival di Spoleto

Franca Valeri nel 1973 con Nariella Devia, Giorgio Gatti e Maurizio Rinaldi durante le prove di “Il telefono” di Gian Carlo Menotti per il festival di Spoleto - Archivio Giorgio Gatti

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Queste pagine sono un’anticipazione che libro che sto scrivendo su Franca Valeri in via di pubblicazione con Sem libri. Non è una biografia, ma un ritratto di Franca. Anzi, una serie di ritratti.

Franca è una sovrana naturale, ha tutte le qualità di una leonessa. Non ha cedimenti nervosi, non fa capricci, non rientra nel tipo della prima attrice. Tutto quello che le interessa è il personaggio che deve portare in scena. Per questo affida la regia delle prime tre commedie che scrive a Vittorio Caprioli, che non è solo suo marito ma un suo amico profondo. E sono amici profondi quelli con cui lavora sempre in teatro, Giuseppe Patroni Griffi e negli ultimi anni Giuseppe Marini. Ma per scrivere copioni e riduzioni come fa da settant’anni, serve un’idea precisa del teatro e una visione d’insieme. Bisogna essere anche registi. Il teatro è un mestiere che s’impara in palcoscenico, esercitandosi al ritmo delle azioni, ai movimenti scenici, alla grammatica delle luci. Molti registi italiani cominciano la loro carriera come attori, l’hanno fatto anche Massimo Castri e Luca Ronconi. Franca però non si dedica troppo a questa professione, preferisce di gran lunga stare in palcoscenico che in platea a dirigere le prove. E soprattutto a dirigere gli altri attori della compagnia. È sul suo personaggio che lavora da regista dentro di sé, vuole concentrarsi solo su quello, non vuole distrazioni. Per questo firma poche regie di prosa, solo La strana coppia di Neil Simon in versione femminile con Rossella Falk e Monica Vitti al teatro Eliseo di Roma, e la riduzione della Bruttina stagionata di Carmen Covito con Gabriella Franchini al teatro Franco Parenti di Milano.

In realtà Franca è regista di se stessa quando è sola in scena. Si dirige in Ho due parole da dirvi, Senza titolo e Le donne. E anche nella Vedova Socrate, il suo ultimo monologo andato in scena al teatro Eliseo, lascia ad Aldo Terlizzi la cura delle luci e della scena ma si costruisce addosso come un vestito la sua Santippe moderna. Franca non è solo un’attrice, è un’artista completa. Quello che invece la diverte e la appassiona sono le regie d’opera. Forse perché non essendo una cantante lirica in palcoscenico non ci può stare e il melodramma è stato e resta la sua prima passione. Lei, che è una modernizzatrice a tutto campo, fa la prima esperienza con un’opera contemporanea. È il 1971 e mette in scena Il coccodrillo di Valentino Bucchi al Teatro dell’Opera di Roma. Il libretto affronta con ironia le difficoltà dell’uomo contemporaneo e s’ispira a Bertold Brecht, alterna il canto a intermezzi recitati, in scena ci sono cartelli e didascalie. La musica è sperimentale e suscita polemiche. Anche Il telefono di Gian Carlo Menotti è un’opera contemporanea e la dirige nel 1973 per il festival di Spoleto. Sono gli anni gloriosi di quel festival, ci lavorano i più grandi artisti del mondo e Franca affida scene e costumi a Mino Maccari. La Franca regista ha sempre una visione colta e lucida di quello che mette in scena. Nelle opere di musica contemporanea non ha nessuna difficoltà a riversare la sua esperienza di ricerca e innovazione.

Ma quando affronta Verdi, Puccini, Rossini, Mascagni, Bellini e Donizzetti, si sottrae con una certa fermezza alla lusinga della novità e s’impegna a far vivere lo spirito originale di quella musica. Di trasmetterlo al futuro. Franca ha un’idea molto chiara di che cosa sono quelle opere, da quale mondo sono scaturite, quale sia l’idea di teatro musicale che ha fatto grande l’Italia nell’ottocento. E quando fonda nel 1980 un concorso nazionale per giovani cantanti lirici, lo intesta a Mattia Battistini, il grande interprete del primo Novecento che è stato definito il baritono dei re e il re dei baritoni. È quello che le interessa, il talento, la bravura, il genio musicale. Franca ha un’ammirazione sconfinata per chi sa cantare le opere. Anche il concorso Mattia Battistini nasce da un’amicizia e una sintonia spirituale, come molte imprese di Franca. Questa volta è il frutto della collaborazione col direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi. Il maestro Rinaldi si è sempre appassionato al primo Verdi, alle sue opere meno eseguite come l’Alzira, Il corsaro e La battaglia di Legnano. Franca pure. E mentre Maurizio sta provando l’Aroldo per un’incisione discografica nel 1975, Franca che ha appena perso la sua Cavalier King Charles Agata, adotta il primo Cavalier maschio, il cane che conquista un posto stabile nel suo cuore e chiama appunto Aroldo – Roro, per comodità. Quello è Roro I, il primo di una dinastia di King Charles che è arrivata al quarto discendente. Quando il concorso s’inaugura Franca e Maurizio decidono di dedicarsi solo al melodramma italiano (con l’eccezione della Carmen di Bizet). Quello che li lega è l’interesse per la nostra tradizione musicale, e non per nazionalismo, è proprio amore per quella stagione d’eccellenza. Quello che è stato inventato allora è un sapere che va trasmesso alle nuove generazioni, e in questo senso Franca dimostra ancora una volta che non può nascere niente di nuovo se non si conosce profondamente quello che ci sta alle spalle. Nessuno comincia da zero, per raggiungere una vetta bisogna salire sulle spalle dei giganti. Da quel momento Franca accoglie ogni estate nella sua casa di Trevignano i trenta vincitori del concorso e mette in scena con loro tre opere l’anno.

Tra il 1980 e il 1995 firma ventiquattro regie liriche e trentadue allestimenti. I primi sono Cavalleria rusticana e Pagliacci allo Sferisterio di Macerata. Poi Lucia di Lammermoor a Pisa. Quelle opere girano l’Italia e il mondo. Sono invitate al teatro romano El Jem in Tunisia, al teatro Jerace in Giordania, dove Franca incontra la regina Noor che assiste a una prova di Rigoletto con la moglie italiana di Indira Gandhi. E la invita a un festival in Iraq Saddam Hussein, che è ancora un alleato delle potenze occidentali e adora il teatro lirico. Era un altro mondo, un altro tempo, un altro modo di avventurarsi sul palcoscenico. Le regie d’opera di Franca sono tradizionali. Lei che è una modernizzatrice dello spettacolo in prosa, della tv e della lingua italiana, non ama la modernizzazione negli allestimenti lirici. Franca non approva la sovrapposizione di un’azione diversa da quella nel libretto che ha generato il capolavoro musicale. Quelle parole e quelle note sono inseparabili. E la musica non è una colonna sonora di quello che succede in palcoscenico ma la protagonista assoluta dello spettacolo. In questo modo Franca si pone in controtendenza con il modello che è in voga da anni nei grandi teatri lirici, in cui l’esecuzione musicale è separata dalla messa in scena e l’azione collocata in scenografie raggelate, post moderne e qualche volta fantascientifiche. È un atto di coraggio e di coerenza con se stessa che la esclude dai grandi teatri lirici italiani. Come scriveva Marguerite Yourcenar, il mondo gira e quello che oggi sembra vecchio sarà il futuro di domani. Il concorso chiude quando Maurizio Rinaldi muore, ma in quindici anni ha diplomato più di duecento cantanti italiani. Tra i molti che faranno una bella carriera c’è anche Stefania Bonfadelli, un soprano di coloratura che vince il concorso a diciassette anni e canterà nei più importanti teatri lirici del mondo. E adesso è la figlia adottiva di Franca. La sua ultima regia è a Montepulciano nel 2000, Le convenienze ed inconvenienze teatrali di Donizetti.

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