mercoledì 12 novembre 2014

Nel genere letteratura sportiva esistono degli ottimi esempi europei come l’imprescindibile Nick Hornby di Febbre a 90’ (ma anche italiani: oltre allo “specialista” Brera e i “prestati al calcio” Pasolini, Arpino, Bianciardi...) e splendidi epigoni, alias fuoriclasse del genere, come i sudamericani Soriano e Galeano. Ma è tra i frequentatori estemporanei dell’universo sport che ci si imbatte nei “mae-stri”, e uno di questi è senza dubbio Francis Scott Fitzgerald. L’autore del Grande Gatsby e di capolavori assoluti i cui titoli, Di qua dal paradiso, Tenera è la notte, Belli e dannati, Ultimi fuochi, tanto per intenderci, sono assurti a metafore esistenziali per intere generazioni del secolo scorso, ora ci spiazza con Fuori dai giochi. Un’antologia di racconti sportivi, dei quali «cinque inediti», tengono a precisare dall’americana a Roma casa editrice 66ThA2Nd, curati da Sara Antonelli, Leonardo G. Luccone e con la traduzione dall’inglese di Roberto Serrai (pagine 344 euro 20,00). Quelli che giustamente il sottotitolo presenta come I racconti della grazia, dell’agonismo e del corpo, sono quindici gemme preziose scritte da un genio precoce, a partire dal 1910. Un anno dopo il suo esordio giornalistico – narrativo –, con una detective story pubblicata sulle colonne del St Paul Accademy Now and Then, il giornale scolastico della sua città, Saint Paul (Minnesota). Già in quella prima prova, il giovanissimo Francis Scott Key deliziava il suo pubblico di lettori: coetanei, compagni di scuola e della squadra di football, rapiti dal poetico “Read, Substitute Right Half”. In Fuori dai giochi figurano come le prime tre “esplosive” ed agonistiche pagine iniziali che, per competenza e linguaggio tecnico esibito, paiono scritte, dall’alto di una tribuna stampa di uno stadio, da un vecchio reporter del Super Bowl. Invece si trattava del debutto sbalorditivo di un quattordicenne che aveva già nel sangue e nello stile il ritmo della jazz generation e nel cuore una irrefrenabile passione per il football. E Football si intitola anche la poesia che delinea il manifesto letterariosportivo di Fitzgerald che proietta nelle gesta dei giocatori dell’ovale americano quelle degli eroi epici. «Resistete coraggiosi, correte più veloci, solo il placcaggio vi aiuterà… Forza Newman, forza 1911, voi sì che sapete giocare», scrive elegiaco il futuro cantore di Gatsby, per il quale «scrivere di sport equivale a parlare di lotta di classe, di lotta tra i sessi (è il primo a introdurre l’atleta femminile, la “ flapper”), di vita americana», annota Sara Antonelli nella mirabile postfazione. Il football per Fitzgerald è un’esperienza estetica, l’elogio della bellezza, oltre che l’estasi e l’esaltazione della meglio gioventù, quella nata e cresciuta nei college americani del primo ’900. Il furore sportivo si fonde con quello della formazione culturale. Memorabili quelle annate universitarie a Princeton, a stretto contatto i Tigers. Una squadra per lui inaccessibile. Alle tenere illusioni perdute, quelle di poter diventare un eroe in campo del calibro di Sanfort White o dell’ «antico guerriero» Buzz Law, il giovane Francis, consapevole dei suoi limiti fisici e di una corsa normale – non certo da tigre nella copertura delle 120 yard –, non ha mai abbandonato il primo amore. La sua storia di una passione l’ha presto sagacemente dirottata su un altro campo, quello letterario.  Più tardi nell’autobiografia (La casa dello scrittore, 1936) chiamò quella scelta “tattica” la sua «uscita di sicurezza dalla realtà». Ovvero la convinzione che «anche se non sei bravo in campo, puoi comunque provare a raccontarlo, perché si sente la stessa intensità». Ed è una profonda intensità quella che si coglie in questi scritti dominati dal football, ma in cui il cambio di passo è notevole anche nelle sbracciate poderose in piscina di Henry Marston ne I nuotatori o sul green di un campo da golf del magistrale Sogni invernali.  Il golf è il colpo d’apertura della tormentata vicenda amorosa tra l’ex caddie e poi intraprendente self made man Dexster Green e la fatale Judy Jones, rampolla della ricca borghesia. In questo racconto – del 1922 – è sintetizzata la summa poetica di Fitzgerald: un linguaggio magico che, per usare la descrizione del primo incontro in barca tra Dexster e Judy, è come «il guizzare di un pesce e lo scintillare di una stella». La stella bella e dannata della “generazione perduta”, incompresa dall’altro narratore olimpico Ernst Hemingway (dilettante di boxe, appassionato di caccia, di pesca e di corride, di corse ai cavalli e di baseball, tutte discipline di cui scrisse ampiamente) che incontrandolo in un bar di Parigi trovò che il suo “avversario” fosse «un uomo gracile e dall’aria malaticcia». Francis Scott Fitzgerald era semplicemente meno fisico di Hemingway, ma più di lui curava quotidianamente il corpo, che, come i Greci, considerava specchio dell’animo umano. Appena sveglio o dopo una notte alcolica si tuffava in mare dagli scogli più alti di Cape d’Antibes. Fitzgerald era semplicemente assai distante dalla concezione antieroica dell’autore di Addio alle armi che, anche nello sport, scandagliava i fondali torbidi della combine che decretavano il successo vacuo e l’ingannevole vincente sul ring, come sul diamante del baseball o al fotofinish di un ippodromo. Storie crude e realistiche, quelle del “Papa”, ma assai meno romantiche, prive dell’oniricità fitzgeraldiana delle Formiche a Princeton.  Quelle piccole, gracili ma decisive presenze che fecero il loro clamoroso ingresso nei Tigers con l’avvento del coach Fritz Crisler, catapultato a Princeton dal più glorioso Est, University of Minnesota. Mediante la fantastica “Formichetta”, Fitzgerald compie uno  spettacolare touchdown sociale, quando fa dire a Crisler: «Alla University of Minnesota, non facciamo discriminazioni razziali nelle nostre squadre... tranne ovviamente con gli scandinavi». Ironia e gergo del praticante, ma soprattutto la voce del tifoso che, ovunque si trovasse, chiedeva copia del New York World per conoscere i risultati delle partite di Princeton contro i nemici storici di Harvard e Yale. 

 Il suo cuore si fermò il 21 dicembre 1940, e l’ultimo battito vitale pare sia stato per l’emozione suscitata dalla «prosa fantastica » di un articolo in cui non si celebrava la sua gloria di scrittore, bensì gli amati e gloriosi Tigers.

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