lunedì 5 ottobre 2009
Il successo da violinista a direttore dell’Orchestra giovanile del Venezuela che salva i ragazzi dalla strada: «La musica insegna ai giovani del mio Paese la non violenza».
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Il "colpevole", ancora una volta, è Claudio Abbado. Che gli ha dato una grande iniezione di fiducia e lo ha convinto che il suo mestiere sarebbe stato quello di direttore d’orchestra. Abbado al quale oggi Diego Matheuz può dare del tu chiamandolo collega. «Era il 2003. Avevo 18 anni e suonavo il violino nelle file dell’Orchestra giovanile del Venezuela Simon Bolivar. Eravamo in tournée a Siviglia e durante una prova Claudio mi mise in mano la sua bacchetta: "Forza", mi disse. Sul leggio c’era la Quarta sinfonia di Cajkovskij». La storia del venticinquenne venezuelano ricorda molto quella di un altro giovane talento del podio, Gustavo Dudamel. Entrambi cresciuti alla scuola del Sistema musicale inventato da José Antonio Abreu per strappare i giovani dalla strada, entrambi scoperti da Abbado. «Fu un’emozione indescrivibile impugnare la bacchetta davanti a quello che è sempre stato un mio modello» racconta Matheuz che, però, ha debuttato come direttore solo poco tempo fa. «Dopo l’episodio di Siviglia continuai a suonare il violino sino a quando nel 2005 Abreu, senza lasciarmi scelta, mi disse: "Da domani inizi le lezioni di direzione d’orchestra"» ricorda Matheuz andando poi con la mente al suo primo incontro con il Sistema che, spiega, «mi ha insegnato che per essere un bravo musicista occorre studiare e lavorare sodo, ma soprattutto affrontare con amore ciò che si fa».La folgorazione è invece del 1993: «Avevo 9 anni e mio padre mi portò a sentire un concerto nel Conservatorio della mia città, Barquisimeto: sul palco c’era proprio una delle tante orchestre giovanili del nostro paese e vedendo l’entusiasmo di quei ragazzi ho deciso che anch’io avrei fatto il musicista». Matheuz a 15 anni si trasferisce a Caracas dove studia musica. «La grande musica europea, in particolare. Sono cresciuto ascoltando Mozart e Beethoven – spiega – e quando ho iniziato a studiare ho avuto sul leggio partiture di Rossini, Mendelssohn, Cajkovskij. Perché il sistema Abreu, a differenza di quel che avviene in Europa dove prima c’è la teoria e poi la pratica, mette da subito uno strumento in mano ai ragazzi e li fa sedere in orchestra per imparare la disciplina del fare musica insieme» racconta Matheuz cresciuto in una famiglia di musicisti. «Anche le mie due sorelle suonano, una è violinista e una è flautista e un giorno, perché no, mi piacerebbe poterle dirigere» dice sorridendo il giovane direttore che, oltre ad Abbado (dal quale ha preso a prestito il vezzo di salire sul podio con la bacchetta nascosta nella manica della camicia), indica come modelli Simon Rattle e Daniel Barenboim, ma anche grandi di ieri come Herbert von Karajan.«Appena posso scappo a Caracas, ma ormai la mia casa è tutta in una valigia, sempre pronta per viaggiare da una parte all’altra del mondo» spiega, confessando poi «di essere appassionato di musica rock, di lanciarsi spesso in pista al ritmo di salsa – perché in Venezuela ogni ragazzo deve saper ballare – e di seguire assiduamente il baseball che da noi è lo sport nazionale». E a proposito della sua terra natale Matheuz ammette «il mio non è un paese tranquillo, ci sono molti problemi di sicurezza ed è ancora pericoloso girare per le strade» dice ricordando anche rapimenti e omicidi perpetrati a danno di italiani: «episodi che mi hanno messo molta tristezza e mi hanno addolorato. Il mio desiderio è che si possano fare dei passi avanti, che la politica faccia qualcosa di concreto, ma che anche la musica, diffusa tra i giovani, insegni che quello della violenza non è l’unico linguaggio possibile». Del criticatissimo presidente Chavez, non parla. Non si capisce se per prudenza o per convenienza. A meno che non si voglia dare un valore più completo alla sua dichiarazione: «Il mio non è un Paese tranquillo».
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