mercoledì 1 novembre 2017
Due servizi, a “Le iene show” e “Piazzapulita”, e una nuova fiction su Tim Vision: un tema delicato come il suicidio assistito trattato a senso unico mirando soltanto alla “pancia” del pubblico
Una scena di “Mary kills people”

Una scena di “Mary kills people”

In tv si torna a parlare con insistenza di eutanasia, suicidio assistito e fine vita. Nei giorni scorsi lo hanno fatto in modo particolare Le iene showsu Italia 1 e Piazzapulita su La 7. Mentre un breve dibattito sulle due trasmissioni lo ha ospitato Tv talk sabato scorso su Rai 3. La stessa rete ieri ha dato ampio spazio al radicale Marco Cappato e al suo libro Credere, disobbedire, combattere nel programma di Corrado Augias Quante storie. Ma da oggi sul tema entra in modo deciso anche Tim Vision con la serie Mary kills people, che racconta la storia di Mary Harris, una dottoressa che fuori dall’ospedale in cui lavora si trasforma in “angelo della morte” praticando la morte assistita a malati terminali. Si tratta ovviamente di una fiction, ma di forte impatto. Basti pensare che all’inizio del primo episodio la dottoressa è costretta a soffocare materialmente con un cuscino il paziente per il quale la dose mortale fatta ingerire non è stata sufficiente. Infatti, per “addolcire” la fine, Mary e il suo complice (Des Bennett, un ex chirurgo plastico con un passato da tossicodipendente) offrono al suicida un bicchiere di champagne allungato con un farmaco letale se assunto in dosi massicce. Agli autori e a chi in Italia propone Mary kills people non interessa aprire un dibattito o esprimere un giudizio netto sul tema: interessa colpire i telespettatori con una storia forte che possa portare nuovi abbonati trattandosi di tv via internet a pagamento. Ciò non toglie che serie del genere favoriscano giudizi sbagliati su una delle questioni più delicate che riguardano l’esistenza, la vita e la morte.

Ma sono soprattutto i programmi giornalistici a dettare la linea. Ad esempio Le iene, con un servizio di Nadia Toffa (“Suicidarsi con raggiro in Svizzera”), ha proposto un reportage smaccatamente a tesi. La conduttrice dello show di Italia 1 è andata a riprendere la vecchia storia di Pietro D’Amico che quattro anni fa a Basilea si suicidò assistito da una sanitaria di pochi scrupoli che in undici anni d’attività vantava «500 persone aiutate a morire» accettando certificati clamorosamente falsificati e senza preoccuparsi dell’eventuale parere dei parenti. Italia 1 ha recuperato immagini di allora (già inserite a suo tempo in due documentari di Sergio Ramazzotti) e ha sentito la figlia di D’Amico. Il tutto per dimostrare che quelle morti in un contesto così tragico potrebbero essere evitate se in Italia – a detta del servizio della Toffa – ci fosse una legge sul fine vite i cui auspicabili contenuti l’autrice del servizio fa elencare a Marco Cappato, che sappiamo bene come la pensi visto le battaglie che dai tempi di PiergiorgioWelby conduce sul fronte dei radicali e dell’associazione “Luca Coscioni” per legalizzare l’eutanasia. È stato fra l’altro lui (e per questo è inquisito) ad accompagnare Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, al suicidio assistito a Zurigo nel febbraio scorso. Una vicenda che ebbe un forte riscontro mediatico con una decisa assonanza tra telegiornali e programmi d’approfondimento, tutti a far leva sui sentimenti per cercare consenso e indirizzare l’opinione pubblica.

Anche ieri la vicenda è stata ripercorsa in Quante storie con un Augias particolarmente ossequioso e ammirato nei confronti di Cappato e del suo libro. Una sintonia in nome di una libertà che ha finito per mischiare eutanasia, suicidio assistito, aborto e droghe leggere. Caso diverso quello di Piazzapulita, che ha mandato in onda un reportage di Luca Bertazzoni su Loris Bertocco, che a metà ottobre ha praticato il suicidio assistito, sempre in Svizzera, e di cui nei giorni scorsi a Mira, nei pressi di Venezia, si è svolta la cerimonia laica di saluto. Bertocco ha scelto personalmente, con molta lucidità, di affidare a un racconto televisivo gli ultimi quattro giorni della sua vita, scegliendo persino il programma per diffonderlo: Piazzapulita, appunto, condotto da Corrado Formigli, che la sera della messa in onda ha annunciato il servizio in apertura di trasmissione come «un documento sconvolgente» e «una potente denuncia politica » per poi mandarlo in onda dopo un’ora e mezzo ribadendo più volte l’esclusiva. Ma su questi temi, pur ammettendo la serietà del programma di La 7, sarebbe bene non creare un clima da scoop con un’attesa poi trasformata in coinvolgimento attraverso la lettura di una lettera di Bertocco da parte di un attore come Alessandro Haber e infine emozionando tutti con un documento realmente sconvolgente, che si vede con le lacrime agli occhi per la determinazione di Loris, per la vicinanza degli amici e dei parenti, per l’abbraccio struggente e disperante di una mamma che si rassegna alla decisione di un figlio nonostante che le sue condizioni fossero tutt’altro che da malato terminale.

Nella storia a un certo punto entra anche l’autore, il giornalista Bertazzoni, con un saluto commosso a Loris prima di lasciarlo nella casa del suicidio assistito. Ed essendo un filmato montato poteva, se voleva, togliersi. Se non lo ha fatto è stato per sottolineare una delle parti più emotive del racconto, rafforzata dalla canzone di Patty Pravo in sottofondo, E dimmi che non vuoi morire, conosciuta soprattutto per il ritornello «La cambio io la vita che...». In più va considerato il ruolo del pubblico che punteggia con gli applausi i momenti più commoventi e si alza in piedi alla fine del reportage. A quel punto l’emozione è totale. E questo è sbagliato. Lo diciamo riconoscendo il valore del reportage di Piazzapulita e precisando che qui si parla di televisione e di come la televisione tratta certi argomenti, compreso il contesto, che fornisce molti più significati di quanto si ammetta. Senza entrare nel merito della questione in sé dell’eutanasia o del suicidio assistito, né tantomeno giudicare le persone che fanno certe scelte. A loro va tutto il rispetto così come tutta la vicinanza possibile verso i familiari. Ma su questi temi, lo ribadiamo, si deve ragionare al di là delle emozioni e dei singoli casi e la televisione lo dovrebbe favorire.

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