Arte e poesia. L’estasi di Ungaretti per Michelangelo


STEFANIA FALASCA mercoledì 23 marzo 2016
L’estasi di Ungaretti per Michelangelo

«Forse l’uomo è anche indegno di sperare?// La speranza d’un mucchio d’ombra/ E null’altro è la nostra sorte?… Siamo noi la fiumana d’ombre». Sono i versi dell’ungarettiana Pietà ad anticipare le sorti verso cui il mondo s’avviava. È il tempo quaresimale del 1928 e il poeta del Sentimento del tempo apriva gli occhi con estrema inquietudine, perplessità, spavento sulla sorte dell’uomo, sperimentando ancora più profondamente la larga diffusione del dolore: «Non c’è casa che non sia visitata dal dolore in questi nostri tempi nei quali in mezzo alla cupidigia, e in modo che, a memoria d’uomo, per un numero di moltitudini compromesse e accavallarsi di rivolgimenti, non ha riscontro. Si sono fatti largo i muri dell’egoismo, dell’indifferenza e della rassegnazione, in questi anni, nei quali è così visibile la fralezza dell’uomo». In quegli anni l’'uomo di pena' Ungaretti che rilanciava la poesia come «ponte gettato tra l’effimero e l’eterno» detta versi che hanno forza profetica guidata dal suo naturale spirito cristiano. E già nella Pietà anticipa orizzonti che paiono farsi attuali oggi, all’interno delle problematiche profonde della nostra società: «L’uomo, monotono universo,/ Crede allargarsi i beni/ E dalla sue mani febbrili/ Non escono senza fine che limiti// Attaccato sul vuoto al suo filo di ragno,/ Non teme e non seduce/ Se non il proprio grido». Così l’operare dell’uomo «fino a foggiarsi mezzi dei quali ha finito col farsi schiavo, mezzi la cui potenza di più in più lo schiaccia» mentre, come lucidamente spiegava a Ferdinando Camon in un’intervista nel 1965, «la perseguita incomunicabilità tra gli uomini» porta alle «crescenti condizioni politiche di inevitabili orrori». La Pietà apparve in testa alla rivista Nouvelle Revue Francaise, direttamente scritta in francese dallo stesso Ungaretti che suscitò, dato il momento storico, diffuso turbamento. «Non come la cosa più importante del momento» disse il poeta « ma come la manifestazione più drammatica di quel periodo pieno di timori e poi, quei timori, sono andati crescendo, e poi c’è stata la guerra, e poi ci sono stati gli orrori che tutti sanno». Brevi strofe lapidarie, laconiche, essenziali, epigrafiche, spezzate ma non frantumate, impastate di pathos e di pietas. La Pietà riprende per sé un carattere di frammento, torna a essere epigrafe e indicazione, interrogativo e messaggio che si snoda in un lungo monologo continuamente interrotto, in cui la voce del poeta si appella a Dio come quella di un Giobbe: « Dio coloro che t’implora- no/ Non ti conoscono più che di nome?// Di noi nemmeno più ridi? // E compiangici dunque, crudeltà… Dio guarda la nostra debolezza… Sono un uomo ferito.// E me ne vorrei andare/ E finalmente giungere,/ Pietà dove s’ascolta/ L’uomo che è solo con sé » . Insieme alle ragioni profetiche, nella presa di coscienza dello stato tragico del proprio momento storico, è forse questa anche la testimonianza più alta della religiosità ungarettiana: una religiosità sofferta, con echi da Sant’Agostino a Pascal, che anima un dialogo orante e allo stesso tempo irriverente con Dio. Ed è il segno tangibile del suo riavvicinamento al cristianesimo come ebbe a spiegare nelle note all’inno in Vita d’un uomo: «È la prima manifestazione risoluta di un mio ritorno alla fede cristiana che, anche se altre mire prima mi seducevano, nella mia persona, dissimulandosi, non cessava d’attendere. Nacque durante la Settima- na Santa nel monastero di Subiaco, dov’ero ospite del mio vecchio compagno padre Francesco Vignanelli, monaco a Montecassino. In quel momento mi scoppiarono dall’anima uno dopo l’altro, straziandomi, La Pietà e gli altri Inni». Una sezione che non potrebbe essere a fondo compresa senza il riferimento al Buonarroti, che vede già nel titolo La Pietà l’esplicito rimando alla michelangiolesca Pietà Rondanini. Ungaretti fa osservare che nelle opere dell’artista cinquecentesco, che definisce «l’atleta del tormento di tre secoli», c’è sempre come «un’assenza e quell’assenza produce vertigine, spavento… Nelle muscolature che si tendono o si torcono, nei corpi che si divincolano ciclopici, è entrato uno spasimo dell’anima: pietà… C’è sempre la voce degli altri mescolata alla sua… Come farebbe a non esserci? Non ci sono più canoni, egli spezza veramente ogni quadro… esiste la volontà di esprimersi, semplicemente.  Si vedano le Pietà ultime non compiute, le più tragiche che la creazione artistica abbia mai creato, e le parti lasciate grezze, e le gambe che cedono vane, povere, miserabili (come per ricordarci che l’atto veramente vivo dell’uomo è quello di camminare)» spiega nelle Note al Sentimento del Tempo. «E quella mano della Madre che per sostenere il figlio quasi fa tutt’uno col suo petto, conservando una vivissima forza: tutta la volontà è in quella mano immensa di madre». «Quando Michelangelo rappresenta nella sua ultima opera, la Pietà Rondanini, Cristo, Cristo è un corpo disanimato, un corpo vuoto e, in quell’effetto della giustizia, Michelangelo non vede se non orrore… Non arrivava ad ammettere la morte». Nel tragico sentimento del vuoto di senso che insidia le aspirazioni dell’uomo nella società odierna, il poeta sente dunque come prossimo interlocutore il maestro cinquecentesco. Affinità che si esplicano sul piano della comune drammatica coscienza della propria condizione umana misurata e sofferta come riverbero di una crisi epocale. Ed è proprio negli Inni, equivalente verbale delle ultime sculture michelangiolesche, che il dramma dell’artista cinquecentesco viene a essere attratto nell’orbita del dramma religioso ungarettiano come strumento chiarificatore. La rilevanza del filtro michelangiolesco trova pertanto conferma soprattutto nelle convergenze semantico-testuali, numerose tra la sezione degli Inni e le ultime Rime del Buonarroti. Michelangelo è così divenuto nel Sentimento del tempo non solo un modello nel quale riconoscersi e rispecchiarsi, ma un emblema, l’emblema eterno dello spasimo dell’uomo teso trascendere la propria condizione di miseria, «volta a quell’amor divino/ c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia». E «come nel sogno di Michelangelo – scrive Ungaretti in Ragioni di una poesia – dove il Padre, per darle vita, toccò il dito a poca terra, anche il poeta nuovo vorrebbe udire nelle sue povere parole, tornata nel mondo la voce di quella grazia. Per questo ha anche gridato, per questo ha anche pianto».

 

 

 

Franco Palumbo
U rispir du vicinonz - Canzoniere materano
Edizioni della Cometa  Pagine 264. Euro 20

 

 
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