martedì 29 maggio 2018
Realista, severo, cristiano il libro del pensatore catalano che invita i filosofi a resistere alle astrattezze autoreferenziali e accademiche per riconoscere il valore di ciò che è prossimo e reale
Josep Maria Esquirol: la filosofia è vita concreta
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L’obiezione che i filosofi hanno sempre incontrato sulla propria strada è fin troppo nota; in un testo di Canetti ne troviamo una magnifica sintesi: «Ciò che mi ripugna nei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini, finché non rimane altro che stanze vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate via anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda. Si immagina che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento » ( La provincia dell’uomo).

In effetti molti testi dei sedicenti filosofi confermano questa severa diagnosi: argomentazioni astruse e inutilmente faticose, complicazioni concettuali e terminologiche, attenzione a particolari insignificanti e soprattutto siderale lontananza dalla concretezza della vita quotidiana considerata come la sede stessa dell’inautenticità. Felici di non farsi comprendere, preoccupati unicamente di ciò che solo loro considerano essere l’essenziale (hanno una vera passione per l’ 'essenza' ed il 'fondamento', sfortunatamente solo per questi), tali amanti del rigore a ogni costo, anche a costo, per l’appunto, della vita, non raramente finiscono per confondersi con quei filologi che «restano impigliati per tutta la vita nell’indagine delle più futili sciocchezze senza che il vero fine di questo sforzo mediatore, la conoscenza dello spirito di un’epoca o di un individuo, raggiunga mai la loro coscienza» (G. Simmel, Il denaro nella cultura moderna).

Eppure non si può negare come la vera filosofia abbia sempre percorso un’altra strada, preoccupandosi soprattutto di comprendere, per quello che è possibile, il cuore stesso del concreto e del vitale: «L’elemento che è contenuto della filosofia non è l’astratto o il non effettuale ma l’effettuale, l’autoponentesi, ciò che vive in sé, l’essere determinato che è nel proprio concetto. L’elemento della filosofia è il processo che si crea e percorre i suoi momenti » (G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito). Se ne può essere certi: non appena ci si confronta con il lavoro di un vero filosofo, l’impressione che se ne ricava è quella della concretezza, come se le sue parole e i suoi ragionamenti, che magari non si comprendono e non si condividono del tutto, riuscissero a farci respirare e ad avvicinarci a ciò che si può definire, per restare ad Hegel, «l’immanente contenuto della cosa».

È la stessa impressione che si ha leggendo il saggio del filosofo catalano Josep Maria Esquirol di recente tradotto in italiano da Vita e Pensiero ( La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità, pagine 166, euro 16). Il lavoro ruota attorno a due nozioni fondamentali: 'resistenza' e 'prossimità'. Resistenza a chi e a che cosa? Citando Deleuze, Esquirol risponde: resistenza al presente, e più precisamente alla 'attualità'. In effetti all’astrattezza di molto pensiero che gode di se stesso, che si sclerotizza nel pensato e che fa dell’accademia il proprio luogo d’eccellenza, bisogna affiancare l’astrattezza del mondo dei media, del digitale, della pubblicità, di un marketing che invade ogni istante della nostra quotidianità: tali astrattezze falsificano l’esistenza e soprattutto mettono in scena, imponendole, immagini caricaturali dell’essere umano.

La resistenza è dunque «a questa attualità che si impone e ci viene imposta, e in cui confluiscono le disgregazioni odierne e la fatalità del futuro. Il resistente cerca di non cedere all’attualità (...) La memoria e l’immaginazione (il fervere delle idee) sono le migliori armi a disposizione del resistente». Inoltre, aggiunge acutamente il filosofo catalano, tale resistenza deve essere qualificata come «intima», ma «non nel senso di 'interiore', ma piuttosto in quanto 'prossima', e anche 'centrale', nucleale del sé». Di che cosa si tratta? Si tratta di riconoscere il valore ontologico - se così ci si può esprimere utiliz-anzitutto zando un termine che Esquirol non usa - della quotidianità, della prossimità che illumina la nostra 'vita minima': «Non è una luce che rivela i valori supremi custoditi nel cielo della verità, né il senso occulto del mondo, è piuttosto una guida che, proteggendoci dalla notte cupa, ci illumina, ci svela le cose vicine (...) Il 'dialogo interiore' che io sono, l’amico, il piatto in tavola, la casa... sono elementi di una filosofia della prossimità il cui polo opposto non è la lontananza, bensì l’astrazione avulsa dalla vita. In qualche modo, ciò che è lontano può arrivare a essere vicino, ma risulta invece estremamente artificioso pretendere, per esempio, di avvicinarsi al flusso impersonale dell’informazione o alle correnti di un campo magnetico».

Come opportunamente recita la quarta di copertina: «Non si tratta di tornare a un mondo semplice e ingenuo o di rinchiudersi nell’intimismo dei legami: la resistenza intima ha occhi bene aperti e letture attente, vive nel mondo e ne conosce e sperimenta i dolori e la fragilità». Le ultime righe di questa magnifico libro hanno così il coraggio di affermare: «La riflessione filosofica arriva tardi - come al solito - ma comunque arriva (...) [essa] intuisce, nella resistenza, una strana fiducia e, allora, riconosce che essa stessa ha sempre fatto parte di questa resistenza e scopre che l’interrogarsi è anche una preghiera».

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