giovedì 30 dicembre 2010
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Il professor Ed Galea è docente di modelli matematici e direttore del Fire safety engineering group all’università di Greenwich, come a dire che è un esperto di disastri e incidenti. Di recente ha fatto notizia sui giornali britannici per la sua ricerca sul post-attacco terroristico alle Torri gemelle, quando insieme a un team di ricercatori ha intervistato 300 sopravvissuti. La sua vita è dedicata a quella che lui definisce «la perdita inutile di vite»; l’ultima caso indagato è il disastro di metà novembre a Shanghai, dove più di 50 persone sono morte nell’incendio di un grattacielo che si sarebbe potuto evitare se le norme di sicurezza fossero state rispettate. Il suo lavoro con migliaia di superstiti di disastri aerei o ferroviari o d’altro tipo viene poi utilizzato da architetti e ingegneri nella progettazione degli edifici, ma anche dai servizi di emergenza internazionali per migliorare le procedure di evacuazione.Professor Galea, lei ha scoperto come il tempo che la gente ha impiegato per reagire e cominciare l’evacuazione delle Torri gemelle è stato molto superiore a quello che gli ingegneri avevano ipotizzato quando hanno costruito gli edifici. Perché?«Sì, alle persone c’è voluto moltissimo tempo per reagire e scegliere la fuga. Anziché cominciare ad evacuare, facevano di tutto: chi preparava le borse, chi archiviava articoli, chi spegneva i computer, chi faceva telefonate per scoprire che cosa stava succedendo. Oppure altri guardavano la televisione o fuori dalla finestra».Lei sta dedicando la vita a studiare i pericoli che ci circondano e che non prendiamo seriamente. Quali sono?«La cosa che mi preoccupa di più sono gli incendi. Penso che le persone non siano consapevoli di quanto rapidamente si possano diffondere e minacciare la nostra vita. In genere si reagisce troppo lentamente all’allarme, che non viene preso seriamente».Che cosa possiamo fare per prepararci al peggio in caso di disastri di questo tipo?«Bisogna essere più consapevoli dell’ambiente che ci circonda e anche avere un piano su come comportarsi in caso capiti un incidente o si sviluppi un incendio. Ogni secondo è preziosissimo quando si è in pericolo».Perché non si prendono seriamente gli allarmi e le situazioni di pericolo in genere?«In parte è colpa delle autorità che non promuovono una cultura della sicurezza, in parte degli individui: perché ciascuno è responsabile per se stesso. La gente tende a pensare "Non capiterà mai a me", oppure assume un punto di vista molto fatalistico: "Anche se succede, non posso fare niente". Quest’ultima affermazione invece non è realistica, perché la maggior parte delle persone sopravvive agli incidenti aerei e si sa che, ascoltando le istruzioni che vengono date prima del volo, aumentano le possibilità di sopravvivere. Eppure la maggioranza della gente le ignora. Secondo i risultati di un recentissimo sondaggio condotto tra 450 passeggeri che erano a bordo di un Boeing 737 tra Londra e Parigi, il 25% di loro non sapeva dove si trovavano le uscite di sicurezza».Lei sostiene che i film di Hollywood danno una versione distorta della realtà quando raccontano disastri aerei o incidenti e diffondono aspettative sbagliate.«Sì. I film di Hollywood rappresentano sempre una situazione di panico, durante un attacco terroristico o un incidente, nella quale la gente impazzisce e pensa soltanto a salvare la propria vita senza preoccuparsi degli altri. In realtà non avviene così. La gente reagisce in modo razionale e si comporta in modo da salvarsi».E che cosa pensa del modo in cui i giornali riportano gli incidenti?«Anche i giornalisti tendono a concentrarsi sulle reazioni delle persone, in particolare se si tratta di panico, e non approfondiscono i motivi dell’incidente. Si tratta di cattivo giornalismo».I suoi studi hanno cambiato anche il modo in cui vive?«Certo. Oggi quando vado in un hotel cerco subito le uscite di sicurezza e controllo che siano libere e non bloccate. Mi porto dietro un cappuccio che mi può proteggere dal fumo quando si sviluppa un incendio. Accanto al letto ho una torcia elettrica molto potente da usare in caso di emergenza. Quando viaggio in treno mi siedo sempre nelle carrozze di mezzo, lontano dalla fine del treno e dall’inizio, vale a dire le parti che tendono a subire più danni in caso di incidenti. Mi siedo anche con la schiena verso la direzione di viaggio così che, se prendessi un forte colpo, nel caso di un incidente, non verrei sbalzato in avanti».
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