domenica 8 maggio 2016
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MILANO «Avendo la speranza certa della resurrezione, noi siamo destinati a ritrovare Giorgio». Ed è così che le parole dell’arcivescovo Angelo Scola, anziché ricordare un morto sulle note della nostalgia, lo hanno sottratto al passato proiettandolo nel futuro: lui ci precede e ci attende. Sono passati dieci anni dalla morte dello storico Giorgio Rumi, ricordato ieri mattina con una celebrazione eucaristica in Arcivescovado presieduta dal cardinale Scola. Un centinaio di partecipanti, tra parenti, colleghi e amici. In prima fila i nipotini: Giorgio (come il nonno) ed Eugenia, due dei quattro figli di Giuseppe Rumi e Alessia Galateri (Caterina e Marco erano rimasti a casa); Leopold e Aurore, figli di Giulia Rumi e di Benoit Scheiff, arrivati dalla Francia. E naturalmente la nonna Jacinta. Si respirava per un bel clima sereno e sorridente, che sarebbe piaciuto a Giorgio Rumi perché in sintonia con ciò che lui era. Il piccolo affresco dipinto dagli amici è d’una coerenza esemplare. «Una persona molto aperta, attenta agli altri. Credeva in una cultura che andasse a beneficio di tutti» spiega suor Maria Alessandra delle Orsoline di San Carlo, che ben conosceva Rumi e la sua famiglia perché tutti parrocchiani di Sant’Ambrogio. Giacomo Scanzi, allievo e giornalista, giunto fino alla direzione del Giornale di Brescia, ne sottolinea «l’ironia british», sottile e raffinata, solare e mai acida. Giancarlo Bianchi, segretario del Circolo dell’Unione, lo ricorda «disponibilissimo, intelligente, equilibrato». Ne parla con emozione il professor Edoardo Bressan: «Giorgio Rumi è stato per me un amico vero, oltre che un maestro. Il suo modo di fare ricerca storica possedeva sempre la capacità di andare al cuore dei problemi, di affrontarne la complessità senza scorciatoie né tesi precostituite. Continuo era il riferimento ai luoghi della fede, soprattutto di Milano e Brescia. Apparteneva totalmente alla tradizione ambrosiana». Giorgio Rumi «apparteneva» e «rimaneva», senza tirarsi indietro. Lo rimarca nella sua omelia Scola, ricordandone «i frutti, sia nel campo della scienza storica sia nell’impegno civile ed ecclesiale». I «luoghi» di Bressan sono ricordati da Scola nella citazione del suo intervento su 'Civiltà ambrosiana' del 1994, dal titolo Perché la storia: « Chi siamo e dove siamo sono i pilastri che reggono le fondamentali consapevolezze di identità e appartenenza, due requisiti indispensabili per evitare la dissoluzione della società civile e il suo degrado in disperato individualismo, in tribalismo egoistico». Un lamento profetico: «Il tempo e il luogo sono sfruttati, anzi rapinati dalle nostre urgenze immediate: un atteggiamento opposto rispetto a quello tenuto dai nostri avi che si preoccupavano, invece, di consegnare ai successori beni di ogni natura, se possibile accresciuti e migliorati. La nostra cultura non è più quella di san Benedetto, ove l’investimento prevaleva sul consumo: la casa, il lavoro, l’ospedale, la scuola, la chiesa sono eclissati da un nomadismo eclettico che rifiuta gli impegnativi punti di riferimento eretti in quindici secoli di paziente edificazione». Il luogo, sottolineato da Scola e Bressan, quel luogo (lombardo soprattutto, ma non solo) che tanto stava a cuore a Giorgio Rumi è un prodotto storico, sul quale indagare per meglio poterlo custodire e far crescere. Con il suo tipico stile, che Scola ieri così riassumeva: «Che cosa mi colpiva in Giorgio Rumi? La serenità profonda di giudizio e il tratto gentile, che poteva provenire solo da chi fosse profondamente radicato in Cristo». © RIPRODUZIONE RISERVATA All’Arcivescovado l’omaggio della città al grande studioso ambrosiano Il cardinale Scola: «La serenità di giudizio e il tratto gentile di chi è profondamente radicato in Cristo» Giorgio Rumi (1938-2006)
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