Intervista. DE CARLO, la meraviglia del romanzo


MASSIMILIANO CASTELLANI sabato 1 ottobre 2016
DE CARLO, la meraviglia del romanzo

«Nella casa milanese dei miei genitori, mio padre era l’architetto Giancarlo De Carlo, mia madre Giulia di mestiere faceva la traduttrice, c’erano pochi mobili e tanti libri, ma non c’era la televisione. E questo mi faceva sentire un bambino diverso dagli altri. Invidiavo tutti i miei compagni di scuola che la tv ce l’avevano e potevano guardarla. Ma tutto ciò mi ha spinto alla lettura molto presto, e invece di chiedere in dono dei giocattoli imparai a farmi regalare dei libri...».

Genesi di uno scrittore di successo come Andrea De Carlo. Ci sono rarissimi esempi di scrittori nella valle dormiente della narrativa nostrana che sono stati capaci di attraversare indenni gli anni ’80 e ’90, fino ad approdare sani e salvi al porto del terzo millennio. Uno di questi è De Carlo, sbarcato sulla riva del mare di Camogli dove vive la sua nuova «liguritudine».

Nel panorama letterario, l’autore milanese, classe 1952, si attesta alla voce “icona pop”: voce che ha stregato i giovani di ieri, quando fece il suo esordio con Treno di panna (Einaudi, 1981) e che prova a farlo ancora confrontandosi con quelli odierni, ai quali si appresta a presentare (oggi a Milano) L’imperfetta meraviglia (Giunti. Pagine 366. Euro 18). Il suo ultimo libro, il diciannovesimo, con la storia provenzale della gelataia italiana Milena Migliari e del cantante della band inglese (i Bebonkers) Nick Cruickshank, torna alla leggerezza dei primi romanzi. « L’imperfetta meraviglia l’ho scritto dopo essere uscito dall’intricata vicenda Bompiani [caos “Mondazzoli”, ora il marchio è passato alla Giunti, ndr], senza sapere chi sarebbe stato il mio nuovo editore, e questo mi ha regalato una sorta di nuova libertà».

Un suo illustre collega, George Simenon, ha detto che «scrivere non è una professione, ma una vocazione all’infelicità»... «Confermo. Chi come me nel tempo continua a scrivere romanzi è perché in fondo è scontento di qualcosa, soffre di inappartenenza. Una persona troppo contenta difficilmente scrive romanzi o se lo fa credo che ne escano delle pagine gelide, meccaniche. Un romanzo, come una canzone o un quadro nascono quasi sempre da uno stato di insofferenza, dall’autocondanna alla solitudine e al rispetto di una disciplina forte come la scrittura quotidiana che conosco fin dalla mia giovinezza ».

Ma De Carlo è stato anche un under 30 riconosciuto fin dagli esordi come uno scrittore di culto. «Non è andata proprio così. Treno di panna e Uccelli da gabbia e da voliera ottennero delle ottime critiche, ma non ebbero un buon riscontro di vendite. Il vero successo è arrivato col terzo romanzo, Macno. Un punto di svolta nel rapporto col “mio pubblico” che mi premiò in libreria, ma l’effetto collaterale fu la du- ra presa di distanza di una certa critica che per anni poi mi ha ignorato, salvo poi rendere atto ai miei meriti strada facendo».

Quella critica gli rinfacciava di essere un “bestsellaro”, gli invidiava l’aurea del “bel tenebroso” troppo amato dalle lettrici, ma soprattutto lo bollò come “scrittore disimpegnato”. «L’essere uno scrittore che vende da noi è sempre stato visto come un affronto mortale. Sulle lettrici, purtroppo per quei detrattori, ci sono ancora presentazioni in cui vengono nonna, madre e figlia che si sono tramandate la passione per i miei libri. Sul disimpegno, beh vuol dire che non mi hanno mai letto fino in fondo. Quasi in ogni romanzo sono sempre stato molto critico nei confronti della società, dei circoli letterari, ho preso posizione nella denuncia palese delle “mafie letterarie”. In Uccelli di gabbia e da voliera parlavo del terrorismo degli anni ’70 e Due di due lo considero un romanzo quasi politico».

Allora forse c’è una parte politica che gli si è rivoltata contro? «Mi possono solo imputare ciò di cui vado più fiero: non essere mai stato un militante. E questo un po’ l’ho pagato, nonostante la considerazione di Italo Calvino che mi aveva fornito le chiavi di accesso a quel mondo intel- lettuale che rispondeva alle leggi ferree del vecchio Pci».

Quanto ha contato il “battesimo” di Calvino (firmò la prefazione di Treno di panna)? «È stato fondamentale. Prima da lettore, la scoperta del Barone rampantealla scuola media fu un presagio di quello che poi è stato il mio percorso da scrittore alla continua ricerca della leggerezza, della trasparenza e di quelle categorie che Calvino aveva espresso nelle Lezioni americane. Un giorno mi mostrò una sua pagina dattiloscritta sulla quale a margine aveva ricamato delle miniature, degli arabeschi, quasi fosse un tessuto, fino a renderla una pagina trasparente, ma tutt’altro che facile. Calvino mi ha insegnato che raggiungere quella trasparenza è la meta, ma anche la via più impervia, e comunque senza di lui non avrei mai pubblicato Treno di panna e quindi non so che cosa sarebbe stato di me...».

Dopo Calvino c’è stato un altro incontro fondamentale, quello con Federico Fellini. «Un altro presagio, la visione folgorante, ai tempi in cui frequentavo il Liceo Berchet di Otto e mezzo. Per la prima volta Fellini mi aveva fatto sentire emotivamente coinvolto da una storia sul grande schermo, quasi fosse un romanzo, per quella straordinaria inventiva, per la fusione perfetta di personaggi, luce, fotografia e musica. Tutte cose che ebbi modo di dirgli una sera che a sorpresa lo incontrai a Treviso. Sua moglie, Giulietta Masina, sul palco del teatro mi consegnò il premio Comisso, mentre Fellini l’aspettava dietro le quinte. Poi Federico mi invitò a trovarlo a Roma e mi volle come assistente alla regia per il suo film La nave va ».

Un’esperienza che poi le sarà servita come regista di Treno di panna.

«A dire il vero no. L’idea felliniana di cinema mi aveva fuorviato. Quel lavoro unico, fatto in piena anarchia, improvvisando su un copione esilissimo, ricostruendo e ambientando tutto in studio... Ma ciò che credevo fosse l’unico modo di fare cinema, in maniera pittorica, teatrale, con la sua corte dei miracoli, i suoi riti e le sue scaramanzie, che poi ho messo dentro le pagine di Macno, era possibile solo nel fantastico mondo di Fellini. Il cinema reale richiedeva mezzi economici e aderenze anche politiche, e allora ho compreso in fretta che era meglio tornare nel mio mondo, quello dei romanzi». 

 Tra un romanzo e l’altro però ci sono stati anche degli scali nei porti della musica e perfino del balletto.  «Adoro la musica. Da ragazzo ho imparato l’inglese per la necessità di comprendere i testi di Bob Dylan: li traducevo col vocabolario sempre a portata di mano. Ho composto musiche e i miei romanzi hanno delle “colonne sonore” che vanno dalla classica ( Arco d’amore) al rock (L’imperfetta meraviglia). L’amicizia con Ludovico Einaudi ha generato l’idea di Time outun balletto surreale portato in scena dagli Iso e Daniel Ezralov. Ma anche nella danza ho cercato la letteratura con Salgari: scrittore e personaggio che mi aveva impressionato per i suoi viaggi mentali da fermo, le sue allucinazioni, ma anche commosso per la sua fine straziante (morì suicida)».

Questa commozione misericordiosa è indice di un suo sentimento cristiano? «I miei genitori erano atei, io sono sempre stato più aperto a possibilità diverse. Non sono interessato alla fede, ma alle persone animate da una ricerca costante e quindi aperte a interessi spirituali. Ce ne sono tante anche tra i miei lettori. E in fondo, questo confronto tra me e loro che va avanti da oltre trent’anni lo trovo quasi “miracoloso”, specie in quei momenti in cui mi sento dire: “Grazie De Carlo, in quel personaggio e dentro questa storia ci sono io”».

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