martedì 21 novembre 2017
Parla il docente di Harvard: «È necessario riformare i confini cronologici della vicenda umana. Serve una nuova coscienza storica globale e universale»
Daniel Lord Smail, docente di Storia all'univeristà di Harvard

Daniel Lord Smail, docente di Storia all'univeristà di Harvard

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Quando si parla di “storia” come ponte per meglio comprendere il presente, non si può prescindere dal minimizzare la moltitudine di sfaccettature possibili celate dentro la stessa parola “storia”. Ancor più se, nella selezione del punto di osservazione con cui confrontarsi, si prende in considerazione il «lasso di tempo » precedente i manuali scolastici, smontando quindi lo schema narrativo più familiare a favore di un tuffo in ciò che c’era prima che l’uomo divenisse «cultura ». La diramazione di strade possibili è tortuosa, oltre a presentare tutta una serie di criticità – anche interdisciplinari –, ma Daniel Lord Smail, docente di storia ad Harvard, in Storia profonda (Bollati Boringhieri, pagine 214, euro 24), argomenta la «coevoluzione di natura e cultura», provando a illustrare i percorsi su cui questi due concetti hanno proliferato, fino al presente.

La molteplicità della storia e l’adeguatezza della formazione scolastica, sono solo alcuni dei temi discussi, insieme alla volontà di cucire assieme alla storia, cultura e biologia, in un abito complesso, quindi un nuovo approccio atto a superare un atteggiamento di fondo spesso figlio di pregiudizi. Dove inizia la storia? Lo storico ha il dovere di porsi questa domanda, senza soprassedere sulle conseguenze della risposta. Solo così si può creare un grande racconto che guarda al futuro con completezza.

Come mai ci sono voluti dieci anni prima che il libro fosse pubblicato in Italia?

«Quando il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti ha attirato molti lettori. Diversi colleghi mi hanno detto che il mio lavoro era troppo particolare per guadagnarsi l’attenzione dei lettori europei. Il libro è stato pubblicato precendetemente alla prima ondata di nuove borse di studio in diversi campi, quando la storia delle emozioni stava cominciando a decollare e campi come il nuovo materialismo, approcci come l’epigenetica, stavano cominciando a emergere e attirare l’attenzione. Ora, molti lettori in Europa e negli Stati Uniti sono sempre più interessati a questi nuovi approcci».

Con questo lavoro si è superata parte della ritrosia verso il concetto di “storia profonda”?

«È importante distinguere lo studio del passato profondo dal concetto di storia profonda. Lo studio del passato profondo è svolto ovunque da archeologi, antropologi, paleontologi, paleoantropologi, genetisti e studiosi in diversi altri campi. Negli ultimi trent’anni in questi campi ci sono state trasformazioni rivoluzionarie che hanno reso più semplice raccontare la storia del profondo passato dell’umanità. Studiosi italiani come Luigi Luca Cavalli-Sforza, uno dei miei eroi intellettuali, sono stati pionieri in questo sforzo. Il concetto di “storia profonda” si riferisce alla necessità di riformare la nostra comprensione dei confini cronologici della storia. In generale, il problema è più acuto negli Stati Uniti che in Europa. Ai bambini viene insegnata una storia relativamente poco profonda, che copre solo gli ultimi millenni, e nel caso degli Stati Uniti, appena tre o quattro secoli. Quando gli studenti vengono all’università, quindi, spesso devono annullare questa storia per cogliere una storia profonda che si estende su tutta la storia della specie o del genere».

È possibile conciliare questa nuova interpretazione con quella più radicata culturalmente?

«A un certo livello, la risposta è no, in parte per le ragioni descritte nella mia risposta precedente. La storia profonda non è molto compatibile con un concetto di storia incorniciato, sia implicitamente che esplicitamente, dalla temporalità. Inoltre, la storia profonda propone che se vogliamo comprendere certe cose sul presente e sul futuro, la storia del passato molto recente, che non copre più di pochi millenni, è insufficiente. Detto ciò, ritengo che la storia sia fiorita quando ci sono molti approcci diversi nel passato umano e dove nessuno di essi ne esclude un altro. Non ogni storia deve essere una storia profonda».

Quanto è importante che la storia di questo libro cominci in Africa? Soprattutto in questo momento storico, anche in riferimento a quell’accenno al razzismo di cui si parla nel libro.

«È estremamente importante, oltre che essere parte critica del libro. Sì, siamo tutti africani. Naturalmente, i paleoantropologi lo hanno detto per generazioni. È tempo che lo dicano anche gli storici. A questo proposito, la storia profonda è anche una delle storie che devono essere raccontate da e per i popoli indigeni in tutto il mondo. Ho avuto molte affascinanti conversazioni con studiosi delle Americhe e dell’Australia circa i collegamenti tra la storia profonda e la storia indigena. È importante rispettare il fatto che i popoli indigeni non necessitano necessariamente di una storia profonda, soprattutto perché il concetto occidentale della storia stessa può essere antitetica alla propria cosmologia».

La storia sacra ha inciso davvero così tanto sugli sviluppi dello studio della storia? Oppure rientra in quel genere di inerzia cui si accenna riguardo lo studio della storia stessa?

«Nel tardo diciannovesimo secolo e all’inizio del Novecento gli storici erano preoccupati di violare i principi della cronologia breve. Come ho sostenuto, la storia sacra era “tradotta” in un diverso quadro cronologico. Tale quadro, per inerzia, ha continuato ad un certo grado fino ad oggi».

È possibile formare una nuova coscienza storica?

«Posso solo parlare per me stesso, ma sì, è possibile formare una nuova coscienza storica usando il concetto di storia profonda. Il libro stesso non sarà sufficiente. Bisogna essere disposti e desiderosi di tenersi aggiornati con i recenti risultati che emergono dall’archeologia, dalla paleoantropologia e dalla genetica. Non vorrei tuttavia dire che la nuova coscienza storica sia in procinto di emergere».

Riprendendo il concetto di imprevisto del libro, ad esempio parlando di Internet, cosa può insegnare questo spostamento del punto di osservazione nello studio della storia?

«Adesso usiamo Internet in modi che erano completamente imprevisti quando è stato creato; in altre parole, l’esistenza stessa di Internet ha permesso di modificare il modo in cui ci troviamo in relazione a Internet. In sintesi, ciò significa che tutti gli elementi del nostro ambiente vissuto che abbiamo creato o alterato sono attori nella creazione della storia».

Dopo questo lavoro si può dire che scienza e storia siano più vicine?

«Questo libro potrebbe contribuire a creare un maggiore dialogo tra scienza e storia. Infatti ci sono un numero crescente di applicazioni scientifiche alla storia, che maturano da campi quali l’archeologia scientifica e la genetica. Non c’è dubbio che gli storici interessati ai tipi di domande indotti dal concetto di storia profonda dovranno imparare a collaborare con gli scienziati in quei settori».

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