martedì 18 giugno 2019
Al Suq festival di Genova si è aperta la rassegna “Teatro del dialogo” con la toccante storia di due mamme che vedono unirsi i propri figli in un ideale matrimonio interetnico frutto dell’integrazione
Una scena dello spettacolo “Da madre a madre” che ha inaugurato il “Teatro del dialogo” al Festival Suq di Genova

Una scena dello spettacolo “Da madre a madre” che ha inaugurato il “Teatro del dialogo” al Festival Suq di Genova

COMMENTA E CONDIVIDI

Sara, jeans e sorriso sbarazzino, percorre lenta la navata della chiesa di San Pietro in Banchi, capolavoro del tardo Rinascimento genovese. Trenta passi la separano dall’altare dove domani dirà sì al suo Isma. Le madri dei due ragazzi, intanto, curano i preparativi della cerimonia: Anna, elegante signora della borghesia piemontese dispone i fiori mentre Maissa, pelle d’ebano e treccine fitte fitte, infiocchetta le bomboniere. Sono scene di vita quotidiana, alla vigilia di un matrimonio misto, quelle da cui parte la toccante pièce Da madre a madre, un gioiellino in prima nazionale con la regia di Enrico Campanati che sabato scorso ha aperto la rassegna “Teatro del dialogo” all’interno del Suq Festival a Genova. Nato 21 anni fa il Festival, che ha il suo cuore pulsante al Porto Antico di Genova, è stato una delle primissime realtà a dare spazio alle culture del mondo, in particolare dell’Africa e del Mediterraneo. Il successo è testimoniato dai tanti genovesi e turisti che affollano in queste sere d’estate (si chiude il 24 giugno) lo spazio sul mare in cui trovano posto bancarelle di artigianato da 40 Paesi, i profumi speziati di 14 cucine del mondo, spazi per le associazioni di volontariato e un palco per i concerti.

La prosa trova uno spazio importantissimo, come ha dimostrato ieri sera anche il debutto dell’Arlecchino migrante di Enrico Bonavera. Ma sono state le due madri a commuovere e a far sorridere il pubblico che ha applaudito caloroso. Da madre a madre, che tocca corde intime con sensibilità tutta femminile, è nato da un lavoro di scrittura collettiva delle tre protagoniste: la simpatica Irene Lamponi nel ruolo della figlia, Bintou Ouattara, stimata attrice e danzatrice del Burkina Faso erede della tradizione dei cantastorie griot, e la genovese Carla Peirolero, storica attrice del Teatro della Tosse, ideatrice del Suq Festival. A lei è venuta l’ispirazione dello spettacolo dal libro L’anello forte di Nuto Revelli. «Mi ha sempre colpito la similitudine tra le storie di donne contadine raccolte da Revelli e quello che mi raccontava mia nonna Ghitina, filandera a Mondovì, e le storie che ho sentito al Suq dalle donne immigrate – ci spiega la Peirolero –. La fatica e la forza, la rivolta silenziosa, ma tenace. Il volere tenere insieme la famiglia o le famiglie, a costo di sacrifici, per garantire un futuro ai figli, alle figlie». Nello spettacolo, infatti, la Peirolero svela molto della propria famiglia facendoci scoprire insospettati punti di contatto fra popolazioni molto distanti.

E così mentre la madre africana danza e canta formule beneauguranti per gli sposi, raccontando di stregoni di villaggio e di riti antichi cui partecipa tutta la comunità, la madre italiana ricorda un mondo contadino piemontese non così lontano, fatto di grandi famiglie. Si intrecciano anche storie di guaritrici e “masche” degli anni ’20 e ’50, dal libro di Nuto Revelli, come pure si mettono a confronto le differenze culturali dei matrimoni misti di oggi, capaci di creare cultura nuova, e quelle fra ragazze del sud Italia cui venivano combinati matrimoni con uomini delle campagne del Nord. Colpisce la vitalità di un mondo africano, dove la famiglia è ancora fondamentale, a contrasto con una società italiana impoverita di figli e di affetti. «Nel nostro confrontarci sono venute fuori molte similitudini fra l’Italia di un tempo e il mondo rurale dell’Africa di oggi – aggiunge la Peirolero –. È un modo di far conoscere ai nostri giovani chi eravamo ed anche agli immigrati che forse non lo sanno che noi siamo stati dei “vinti”, un Paese povero e con tante bocche da sfamare».

Sul finale ci prende in contropiede il bellissimo volto di Bintou Ouattara che rivolge un pensiero alle tante madri africane che stanno in pena per figli fuggiti dai loro Paesi in cerca di una vita migliore. Figli di cui attendono col cuore in gola per mesi una telefonata, che forse non arriverà mai. Gli occhi in sala si fanno lucidi. Ma c’è un matrimonio da preparare, nuovi legami da stringere, un futuro promettente per i giovani sposi capaci di superare ogni barriera. «Troppo spesso si parla dell’Africa come di un problema e con toni stereotipati. Certo, abbiamo i nostri problemi che cerchiamo di risolvere. Ma c’è tanta bellezza da fare conoscere» ci spiega Bintou Ouattara che ha lasciato il Burkina Faso 13 anni fa per vivere e lavorare col marito, anch’egli attore, a Merate, fuori Milano, insieme alle loro due bimbe. Bintou, classe innata e perfetto italiano, porta in tournée suoi racconti fatti di energia con la compagnia Piccoli Idilli insieme all’attore Filippo Ughi. «In questo spettacolo mostriamo l’incontro fra due madri che si accettano – spiega –. Un messaggio di speranza che arriva dalle donne che sono più portate all’apertura, all’accoglienza. L’incontro si fa nella vita di tutti i giorni. Basti pensare alle mamme di nazionalità diverse che si incontrano e parlano portando i loro figli a scuola». E proprio dedicato ai bambini è Kanu, un racconto africano di successo che Bintou e il marito portano in tour da un paio d’anni. «Abbiamo anche fatto un progetto con i ragazzi africani nati in Italia, per capire come vivono fra due culture aggiunge. Alcuni di loro non sono mai andati nel Paese di origine. Chi invece ci è andato, alla nostra domanda su cosa gli sia mancato dell’Italia, ha risposto con le cose più semplici e quotidiane: a una mancava il risotto con l’ossobuco all’altro Radio Rtl 102.5. Raccontare storie a cavallo fra due culture, anche se non è facile, è la cosa più bella».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: