giovedì 12 settembre 2013
COMMENTA E CONDIVIDI
Basta con l’Italia che si piange addosso, che urla la propria disperazione dimenticando se stessa. Finiamola con i lamenti. Possibile che alla crisi non ci sia risposta? Come fare per ripartire e ridare un po’ di speranza alla gente? Nasce da questa esigenza lo spettacolo realizzato e interpretato da Maddalena Crippa, per la regia del marito Peter Stein, in uno dei momenti più bui che il Paese sta attraversando. «Musica e parole per dare una "carezza" a tutti quelli, direbbe Ivano Fossati, che hanno "la fortuna di vivere adesso questo tempo sbandato"» spiega l’attrice. È il senso di Italia mia Italia che stasera debutta in prima nazionale alla Sala Umberto di Roma.Si tratta di scuotere le coscienze per impedire che la rabbia tolga ogni speranza agli italiani?Non proprio. Come dicevo, questo spettacolo vuole essere una carezza, non uno scossone. Voglio assecondare la voglia di "spostare il fuoco" per ritrovare un’identità positiva di noi italiani e farne venir fuori la loro parte sana. Ne abbiamo abbastanza, credo, di questa "voce unica" che ci vuole far creder che siamo già spacciati, che non c’è più niente da fare. Bisogna cominciare a riflettere su chi siamo e da dove veniamo... Così troveremo le nostre risorse.Perché ha scelto proprio il teatro-canzone per esprimere questo impegno civile?È un percorso che ho cominciato nel 1997 con Canzonette vagabonde e ho ripreso nel 2002 raccontando gli anni ’60 in Sboom fino a interpretare, nella scorsa stagione il gaberiano E pensare che c’era il pensiero. Ma nel frattempo non ho mai lasciato i "classici". Tanto che quest’anno continuerò a portare per i teatri della Penisola Passione, tratto dal romanzo Passio Laetitiae et Felicitatis di Giovanni Testori, presentato insieme con mio fratello Giovanni nell’ultima edizione de "I teatri del sacro" di Lucca. C’è un legame, sa, in queste due strade parallele.Tra le canzoni recitate sul palcoscenico e la drammaturgia di Testori? Sì, certo! Sta nella ricerca della bellezza e nel coraggio di dire le cose come stanno. Testori, brianzolo come me, aveva una grande passione per l’umano, era una persona autentica e si è sempre battuto per l’affermazione della Verità. Il messaggio sta proprio qui: tornare a combattere per una vita degna di essere vissuta.Ma quali sono, nello specifico, i valori che lei propone in questo spettacolo?Partiamo dalla forma geografica dell’Italia: uno stivale ancorato al resto dell’Europa e, al tempo stesso, un ponte che si getta a Sud. Il nostro Paese è un crocevia di popoli e culture, un avamposto, un incrocio ecumenico. Ecco, da qui scaturisce la creatività, la fantasia, l’arte, la natura variegata del territorio, il cibo delle diverse tradizioni locali. C’è bisogno di valorizzare tutto ciò in un’unico abbraccio...Ma può essere soltanto questa la "medicina"?Le cose vanno male? Ognuno faccia quello che può per tenere alto il livello della nostra dignità. Servono più coraggio e serietà nelle nostre scelte. Basta guardare papa Francesco: vive il Vangelo e si prende cura delle persone. Lui vuol far rinascere veramente gli uomini e non portarli a sé! Oggi invece siamo dominati, e schiacciati, dalla logica del consenso. Bisogna cominciare a dire "no". Quali autori propone in «Italia mia Italia»?Dedicherò La cura di Franco Battiato a tutti gli italiani. Canterò Notte italiana di Fossati e La storia siamo noi di Francesco De Gregori. Ma nelle due ore sul palcoscenico, accompagnata da Massimiliano Gagliardi al pianoforte e dalla Bubbez Orchestra, mescolerò anche Pasolini e Battisti, Leopardi e Cutugno, Fellini, Endrigo e De André, senza dimenticare Modugno e Paolo Conte. Loro, ed altri che citerò nel raccontare l’Italia, hanno mosso il mio istinto e il mio cuore. Partiamo da qui per rompere l’immobilità rassegnata, e uscire dall’angolo oscuro in cui siamo finiti.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: