venerdì 26 aprile 2013
COMMENTA E CONDIVIDI
​«La vita dell’uomo si svolge laggiù tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. È un fastidio alla fine […]. C’è una burrasca che rinnova le campagne – né la morte né i grossi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d’estate – quest’è il vivere che taglia le gambe» (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò). Pavese ha identificato bene la sfida che ciascuno di noi è chiamato ad affrontare ogni giorno. Non è davanti alle grandi burrasche che ci giochiamo la partita del vivere. Per quelle possiamo riuscire perfino a tirare fuori delle energie a noi sconosciute. È la fatica interminabile del quotidiano che fa scalpore. Perciò è davanti al quotidiano «vivere che taglia le gambe» che ogni ideologia, teoria o credenza misura la sua verità in questi tempi postmoderni. Nel grande mercato delle ideologie tutto sembra avere lo stesso valore. Una teoria vale l’altra. Niente di nuovo sotto il sole. Lo scetticismo accomuna tutte le posizioni. Anche il cristianesimo deve misurarsi con una tale provocazione. Anzi, noi cristiani siamo i primi interessati a verificare la sua capacità di rispondere a tale sfida. Il cristianesimo nel nostro tempo ha subito l’influsso della mentalità dominante e si trova davanti a concezioni diverse di esso, più o meno contrastanti tra di loro. Ridotto a un’altra ideologia tra le tante, appunto. O a un’altra etica. O a un altro culto. Ma qualsiasi sia l’immagine che ognuno si fa del cristianesimo, trova la sua pietra d’inciampo in questa sfida, che nessuno può cercare di evitare, tanto è stringente. È la vera natura del cristianesimo che ne va di mezzo.Ce la ricorda – scrive don Giussani – chi meno avremmo potuto immaginare: «Il cristianesimo – dice il grande Wittgenstein – non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà dell’anima umana, bensì una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo". Uno come lui ha colto l’essenza del cristianesimo, come anche Pavese, nella frase già ricordata: "Nelle cose pensate manca sempre l’inevitabilità, il pensiero più risoluto non è nulla di fronte a ciò che avviene". Il cristianesimo non è una dottrina […] bensì una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo". L’evento reale nella vita di un uomo è il riconoscimento e l’adesione a Cristo, è l’accettare di essere stati scelti». In cosa consiste questo evento reale nella vita dell’uomo, davanti al quale anche il pensiero più risoluto è nulla? Ancora Giussani: «Cosa vuol dire "fare il cristianesimo"? Il cristianesimo è il legame che Cristo stabilisce con te»… Ma affinché questa iniziativa di Cristo che ci precede possa attecchire, deve trovare accoglienza nell’uomo: «Perciò non è un problema innanzitutto di sconoscenza, ma di libertà. È la lama della libertà! È nel filo sottile di questo desiderio, della verità, della sincerità di questo desiderio, che si gioca tutto. Si gioca la persona, perché nella libertà ciò che si gioca è la persona. Il disegno di Dio si compie inesorabilmente, ma ciò che si gioca è la persona, perché l’Eterno non può essere mio se non lo voglio, la felicità non potrà essere mia se non la voglio, la perfezione non potrà essere mia se non la voglio». Nella sua passione per la nostra vita, don Giussani non ha mai avuto altra preoccupazione che non fosse l’aiuto alla generazione di un io nuovo: «Quello che conta è il soggetto, ma il soggetto è la consapevolezza di un avvenimento, l’avvenimento di Cristo, che è diventato storia per te attraverso un incontro, e tu l’hai riconosciuto. Dobbiamo collaborare, aiutarci all’insorgere di soggetti nuovi, altrimenti possiamo creare reti organizzative, ma non costruiamo nulla, non diamo niente di nuovo al mondo». Ma come sappiamo se ci siamo lasciati plasmare dal cristianesimo e non da qualcuna delle sue riduzioni moderne? Il soggetto generato dal cristianesimo ha la riprova nell’esperienza, nell’imprevedibile miracolo che accade davanti ai suoi occhi: la trasformazione del presente. Soprattutto in questa epoca tutto si gioca nella persona: «Quanto più i tempi sono duri, tanto più è il soggetto che conta, è la persona che conta». Come si diventa oggi una persona come quella descritta da don Giussani? Riconoscendo la sua presenza ora: «Egli è presente. Se egli è presenza, […] implica una realtà materiale: come tale non è più così esile. La sua presenza implica una realtà materiale. […] Egli è presenza, qui e ora, perciò si identifica – è una presenza umana e quindi si identifica, è rilevabile, constatabile, visibile, tangibile, udibile – con una realtà fisica presente».Ma dove è presente Cristo? «In una compagnia. Il metodo per creare questo soggetto nuovo è l’offerta di una compagnia. Nella compagnia si oggettiva, si rende oggettiva questa novità e la si assimila, così che la compagnia è il terreno su cui sorge la soggettività nuova». Noi siamo stati scelti per renderlo presente oggi ai nostri fratelli uomini. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere da don Giussani: «Perché siamo stati battezzati? Perché noi siamo qui a parlare di queste cose? Perché noi siamo lo strumento con cui Cristo si comunica al mondo. Vale a dire, è nella normalità del vivere quotidiano che attecchisce, che si alimenta, che ha la sua sorgente l’impeto umanamente più grandioso, quello in cui l’uomo comunica se stesso all’altro, quello in cui l’uomo sacrifica, diventa una cosa sacra per l’altro, quello in cui l’uomo porta nella vita dell’altro il richiamo e la presenza del suo destino, cioè la missione». Solo così possiamo porre nella realtà un fatto di vita. E il termine "presenza", tanto spesso identificato in modo riduttivo con una riuscita umana, con un potere o una egemonia, coinciderà sempre più col proprio io, dentro le movenze della giornata, di fronte a tutto e a tutti.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: