martedì 12 ottobre 2010
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Metti una musica… monotonia fatta di plastica…». D’improvviso, nell’allure fascinoso delle metafore di Paolo Conte, parole secche. Che aprono il suo nuovo cd Nelson, oggi in uscita mondiale, a sprazzi di denuncia. Perché è vero che il Nelson del titolo è un gioco: «Era il mio cane, un pastore francese; con orecchio musicale». Però la «monotonia di plastica» è proprio certa musica di oggi: «Sì, l’elettronica, le cose che si mettono in sottofondo senza mai ascoltarle davvero». E da questo spunto minimo si dipana un ragionamento profondo: sul senso di fare ancora poesia in musica in un mondo di cui l’artista, svelandosi in modo inconsueto, non si dice contento. «Ne penso tutto il male possibile. Ci sono tante battaglie, specie di educazione, da combattere: anche se temo siano perse in partenza. Però criticare e basta non serve, occorrerebbe fare di più. Io sono un musicista: e posso scrivere favole. Sperando che il pubblico, ascoltandole, lasci da parte i meccanismi di questa realtà, almeno per un po’». La battaglia del Paolo Conte versione 2010 è però più esplicita del solito, verso una musica portatrice e ricercatrice di sensibilità, come chiarisce bene nella metafora di Clown: «Siamo noi artisti, diritti e doveri: cercare di raggiungere le sensibilità altrui dando qualcosa di noi, ma sempre restando rispettosi della gente». La necessità di un mondo diverso viene poi declinata da Conte in più modi, nel cd. Ora le nobili, consuete, atmosfere retrò capaci fra le righe di svelare la decadenza d’oggi (Jeeves), ora scorci autobiografici di una ricerca solitaria, svelata in Bodyguard for myself («Nel frastuono del giorno, nella calma della notte cammino da solo»). Forse il ritratto, inatteso, del senso di 36 anni di dischi? «Sì… Chissà come m’è venuto di parlare di me, però sono io». Forse il punto è che dietro l’apparenza di un cd "normale", il Paolo Conte che in Nelson canta in inglese, francese, spagnolo, italiano e napoletano («Senza nessuna velleità, ho scelto le lingue sulle atmosfere della musica»), è un Conte che aveva dentro una necessità di rilanciare. Colpito dalla morte dell’amico-produttore di sempre, Renzo Fantini, rapito da un male crudele a soli 63 anni. «Beh, mi manca, eccome. Sapeva intuire il senso di quanto scrivo, mi è mancato discutere con lui delle mie idee». E dunque Nelson, che andrà in tour mondiale (a Milano dal 9 novembre, a Roma dal 30), non poteva che contenere uno slancio di riscatto: per pensare alla musica ancora con un senso. «Sì, perché io vorrei sempre fare il pensionato, ma poi mi è difficile riuscirci. La musica vera non fa dormire: e quando scrivi, poi vuoi dire a qualcuno quello che hai scritto. Siccome poi il mio pubblico, che non mi pare schiavo delle mode, mi piace, voglio continuare a parlargli. E spingerlo via da quanto ci circonda».
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