giovedì 5 settembre 2019
Il romanziere presenta al Festivaletteratura il suo ultimo libro sulla segregazione razziale. «Oggi non è un bel momento in America. E anche l’Europa non sta meglio»
Lo scrittore statunitense Colson Whitehead (LaPresse)

Lo scrittore statunitense Colson Whitehead (LaPresse)

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Per i bambini di Marianna, in Florida, quella scuola era uno spauracchio. «Se non fai il bravo – si sentivano dire in casa – ti mandiamo alla Dozier». Un istituto modello, almeno sulla carta, fondato agli inizi del Novecento con lo scopo di istruire giovani e giovanissimi, sottraendoli così all’illegalità. In pratica, invece, la Dozier è stata per decenni teatro di abusi e maltrattamenti, venuti alla luce solo di recente, quando una campagna di scavi archeologici ha riportato alla superficie i resti dell’innominabile cimitero segreto: lì, nel silenzio di tutti, andava a finire chi non resisteva alle botte e alle torture. Lo scandalo della Dozier sta all’origine di I ragazzi della Nickel (traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, pagine 214, euro 18), il nuovo romanzo dello scrittore afroamericano Colson Whitehead, vincitore del Pulitzer nel 2017 con La ferrovia sotterranea, edito in Italia da Sur. In entrambi i casi la drammatica eredità dello schiavismo e della segregazione razziale viene trasfigurata attraverso l’invenzione narrativa. Questa volta cambia l’intitolazione della scuola degli orrori, per esempio, che prende il nome di Nickel. Ma la sostanza dei fatti rimane inalterata. «Di solito cerco di alternare i temi dei miei libri, affrontando di tanto in tanto argomenti meno impegnativi, ma oggi negli Stati Uniti la situazione è talmente grave da giustificare l’eccezione», spiega Whitehaed, che domani alle 21 presenterà I ragazzi della Nickel al Festivaletteratura di Mantova, in un dialogo con Stas’ Gawronski presso la Basilica Palatina di Santa Barbara.

Si riferisce all’amministrazione Trump?

«Sì, e più in generale al contrasto, sempre più evidente, tra l’ottimismo dei valori in cui mi riconosco e il pessimismo al quale la cronaca sembra condannarci. Nel romanzo questo contrasto fra speranza e disperazione è rappresentato dai personaggi principali, Elwood e Turner. Due adolescenti afroamericani dei primi anni Sessanta, che alla Nickel si incontrano e diventano amici. Il primo, Elwood, è un ammiratore entusiasta di Martin Luther King e fino a quel momento ha nutrito l’ambizione di migliorare la propria condizione grazie allo studio. Ora però, prigioniero di un sistema di violenza e sopraffazione, è costretto a domandarsi se questa visione del mondo possa resistere all’urto con la realtà. Turner, dal canto suo, nutre aspettative molto più modeste e si accontenta di sopravvivere. Nel momento in cui il libro è ambientato, del resto, entrambe le posizioni avevano una loro ragionevolezza. Perché? Nel 1963, l’anno in cui si svolge la parte centrale della vicenda, il movimento dei diritti civili è in ascesa, ma sono ancora in vigore le cosiddette Jim Crow Laws, sulle quali si basa l’intero meccanismo della segregazione. Un nero poteva finire in carcere anche solo per “contatto arrogante”, ossia perché per strada aveva incrociato un bianco che si era sentito minacciato dalla sua presenza. Abolita da tempo la schiavitù, la repressione sopravviveva in norme come questa e sopravvive ancora oggi, a dispetto dei progressi compiuti in campo legislativo. Penso agli arresti arbitrari da parte della polizia, ma anche alle storture del sistema educativo».

I ragazzi della Nickel, in effetti, è un romanzo sulla scuola.

«Che rimane uno degli snodi cruciali per il pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza. Si tratta di un circolo vizioso fin troppo noto, purtroppo: finché non hanno accesso a un livello adeguato di istruzione, le minoranze non sono in grado di riscattarsi. Questo lo sappiamo, appunto, e lo sanno bene anche quanti hanno interesse a conservare lo status quo. Le scuole peggiori si trovano sempre nei quartieri più poveri, quelli in cui vivono immigrati e afroamericani. La discriminazione può assumere forme ridicole, come accadeva in passato, quando l’accesso al voto era subordinato alla conoscenza delle regole istituzionali. Solo che ai bianchi ci si li- mitava a chiedere il nome del presidente in carica, mentre si pretendeva che i neri ripetessero a memoria la Dichiarazione di indipendenza. Adesso una pratica del genere sarebbe considerata illegale, ma questo non impedisce che, nelle zone più disagiate delle città statunitensi, le elezioni si svolgano sempre in situazioni precarie. Seggi chiusi, macchinari elettronici che si inceppano, code estenuanti: si fa di tutto per scoraggiare la partecipazione».

Vede qualche analogia con quello che sta accadendo in Europa?

«Lo straniero, il diverso, colui che proviene da una cultura differente provoca diffidenza, a volte paura, e c’è sempre qualcuno disposto ad approfittarne per fare propaganda e rafforzare il proprio consenso. Questo della demonizzazione dell’altro è uno schema universale, che trova poi applicazioni specifiche nei diversi Paesi. Non conosco in maniera approfondita la situazione europea, ma sono consapevole del dibattito sulla sicurezza che si sta sviluppando in seguito dell’arrivo di migranti e rifugiati dal-l’Africa, dalla Siria e da altre regioni di crisi. La mia impressione è che, come già accade negli Stati Uniti, xenofobia e razzismo si manifestino di preferenza proprio nei territori in cui gli stranieri sono meno presenti, o addirittura del tutto assenti. Ed è su questo aspetto irrazionale che fa leva la parte più astuta e crudele della politica, così da generare un clima di sospetto destinato a sfociare nell’odio».

Ci sarebbe bisogno di un nuovo Martin Luther King?

«Nel mio romanzo Elwood si infiamma ascoltando un disco con i suoi discorsi, un ragazzo dei nostri anni forse andrebbe a cercarsi i video su YouTube. Ma il punto non è questo. Mi pare che, almeno negli Stati Uniti, manchino figure carismatiche paragonabili al reverendo King e agli altri leader di quella generazione. In ambito letterario, è sta- ta una grande perdita la recente morte di Toni Morrison, prima autrice afroamericana a ricevere il premio Nobel. Le sue opere sono state per me e per molti altri scrittori il corrispettivo dei discorsi di King per Elwood».

Con il passare del tempo i suoi romanzi si ispirano sempre più spesso a episodi storici: come mai?

«Non c’è un disegno predefinito. Quando mi imbatto in uno spunto, mi preoccupo anzitutto di renderne plausibile lo sviluppo. A volte questo comporta l’introduzione di un elemento fantastico, come accadeva nella Ferrovia sotterranea; altre volte le fonti storiche vengono seguite in modo più ravvicinato, come nei Ragazzi della Nickel. Per quanto mi documenti, non dimentico di essere pur sempre un narratore. Il mio compito consiste nel trovare le parole che rendano credibile la vicenda che sto raccontando».

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