martedì 27 novembre 2018
Per vari motivi diocesi e ordini si trovano nella necessità di alienare i propri luoghi di culto Il loro riutilizzo, tra desacralizzazione e dissacrazione, è ormai un tema urgente
Il ristorante dell’Hotel Mercure a Poitiers. L’albergo occupa la chiesa dei Gesuiti, costruita nel XIX secolo

Il ristorante dell’Hotel Mercure a Poitiers. L’albergo occupa la chiesa dei Gesuiti, costruita nel XIX secolo

In occasione dell’Anno europeo del Patrimonio culturale 2018 il Pontificio Consiglio della Cultura organizza il 29 e 30 novembre presso l’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana il convegno “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”, i cui temi sono introdotti in questa pagina dal cardinale Gianfranco Ravasi. Il programma è articolato nelle due giornate. Nella prima verrà affrontato il grave e urgente problema della dismissione di chiese e della loro nuova destinazione. Nella seconda giornata l’attenzione sarà rivolta alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiastico come un aspetto della attività pastorale delle diocesi. I pomeriggi sono riservati ai delegati delle conferenze episcopali di Europa, America settentrionale e Oceania, che presenteranno le esperienze nazionali su questo tema. Questi paesi infatti presentano condizioni sociali molto simili e sono accomunati da problematiche analoghe nella gestione del patrimonio culturale.


È uno dei monumenti più celebri e visitati di Roma. Paradossalmente potremmo assumerlo a emblema del tema di questo convegno, sia pure in senso inverso. Si tratta del Pantheon, vero e proprio simbolo, già nel nome, della religione romana imperiale nell’epoca del suo maggior splendore, con l’imperatore Augusto (a erigerlo nel 27 a.C. fu suo genero Marco Vipsanio Agrippa). Ripetutamente restaurato e ripristinato da Domiziano, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Settimio Severo e Caracalla, accoglieva nel suo grembo la celebrazione del politeismo classico, tipico di una società aperta e inclusiva che ammetteva anche stranieri e, proprio per questo, secondo Tacito, era perdurata per secoli nella sua potenza, a differenza delle “esclusive” Atene e Sparta. Ebbene, nel 608 l’imperatore bizantino Foca dismise il Pantheon cedendolo a papa Bonifacio IV che lo adattò al riuso cristiano, dedicandolo a Maria e a tutti i martiri, donde il titolo di Santa Maria ad Martyres. Da quel momento fino ai nostri giorni i papi lo costellarono di segni, simboli e arredi cristiani, e ancor oggi, sia pure con l’ampia parentesi delle visite turistiche, continuano le sue liturgie, come posso personalmente attestare, celebrando ogni anno il solenne pontificale di san Giuseppe, patrono della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon.

La dismissione e il riuso sono, quindi, un fenomeno costante e pluridirezionale che, però, ora acquista un’incidenza particolare nelle nuove coordinate storiche in cui siamo immersi. Esse, infatti, sono contrassegnate da fenomeni socio-culturali di grande impatto nei confronti di quella realtà così particolare che è il tempio. In passato, come ha dimostrato Mircea Eliade in sede di antropologia culturale, esso era l’archetipo nel quale si concentrava tutto l’orizzonte spaziale. Suggestivo è l’aforisma giudaico che afferma: “Il mondo è come l’occhio: il mare è il bianco, la terra è l’iride, la pupilla è Gerusalemme e l’immagine in essa riflessa è il tempio”. Ora, invece, lo sviluppo edilizio crea planimetrie cittadine senza centro o policentriche; l’urbanizzazione genera metropoli che allungano i loro tentacoli in immense periferie, svuotando di residenti i centri storici; la secolarizzazione abbassa il tasso di frequenza al culto lasciando deserte le chiese; lo stesso trapasso dalla civiltà rurale a quella urbana abbatte i legami con tradizioni religiose ed etiche; il calo del clero rende spesso ardua la vitalità di un tempio che, se artistico, corre il rischio di trasformarsi – come scriveva il poeta Wilhelm Wilms – in «conchiglie vuote«, attraversate solo da torme di turisti o visitatori estranei all’anima primigenia dell’edificio sacro.

Questi e altri dati culturali e sociali creano appunto come corollario il fenomeno della dismissione o alienazione e del susseguente riuso, non di rado sconcertante e dissonante con la realtà originaria del tempio. Tuttavia, la cessazione dell’uso liturgico non produce automaticamente la riduzione della chiesa o cappella a un edificio privo di connotati sacrali. La questione dà origine a interrogativi e problemi rilevanti e spesso contrastanti. In essa, infatti, s’intrecciano componenti molteplici che devono essere dipanate. Pensiamo al tema artistico che può essere di alto valore e al relativo annesso degli arredi sacri mobili. Oppure a quello socio-culturale, perché con la dismissione le comunità cristiane perdono memorie storiche identitarie affidate a determinati edifici sacri. Per questo, talora a battersi per il permanere dell’uso cultuale di un edificio sacro sono persino gruppi di non credenti che vedono in esso un vessil-anzitutto lo nobile piantato in un tessuto urbano spesso trasformato e deformato. Pensiamo anche alla rivisitazione dei piani pastorali e alla riconfigurazione delle unità parrocchiali che si esprimevano proprio attraverso la liturgia, la catechesi e la stessa vita ecclesiale comunitaria legate alle varie chiese. E non escludiamo anche le questioni giuridiche e politiche connesse alle mutazioni legate a nuove destinazioni culturali, museali, artistiche, spirituali di chiese e cappelle. Certo, san Francesco, nel capitolo 37 della Vita seconda (1246) di Tommaso da Celano, esortava così i suoi frati: «Spoglia l’altare della Vergine e vendine i vari arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno. Credimi, le sarà più caro che sia osservato il Vangelo di suo Figlio e nudo il suo altare piuttosto che vedere l’altare ornato e, invece, disprezzato il Figlio».

La relatività del tempio rispetto alla sua anima interiore, tema spesso evocato dalla Bibbia (1Re 8,27; Am 5,5.21-25; Is 1,10-20; Ger 7,20; Gv 4,23-24; Ap 21,22), può ammettere una certa desacralizzazione, ma non sopporta la dissacrazione radicale. Tuttavia san Francesco continuava: «Il Signore manderà poi chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito». Si riconosceva, così, la necessità di ricomporre questi segni di fede e di bellezza, di pietà e di memoria ecclesiale. Sarà proprio la trama delle relazioni, delle esperienze e delle testimonianze multiculturali e multinazionali di questo convegno a districare qualche filo di questo groviglio complesso che coinvolge e talora travolge tante comunità ecclesiali. Sarà, comunque, anche un modo per riportare all’attenzione della riflessione teologica e dell’impegno pastorale il grande segno del tempio, espressione dell’infinito e della trascendenza divina ma pure dell’immanenza storica, culturale e spirituale del popolo credente. Non per nulla il santuario mobile del deserto e il tempio gerosolimitano erano denominati suggestivamente nella Bibbia ’ohel mo’ed, la “tenda del convegno”, ossia dell’incontro con Dio ma anche dei fedeli tra loro.

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