venerdì 13 settembre 2019
Domenica, tra musica, incontri, arte, monete con l’effigie di Fausto coniate della Zecca di Stato ed emissioni di francobolli storici si commemorano i cento anni dalla nascita del Campionissimo
il figlio Faustino con la bicicletta conservata nella casa natale (Nevio Doz)

il figlio Faustino con la bicicletta conservata nella casa natale (Nevio Doz)

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Coppi prima di Coppi, era soltanto il ragazzo di Castellania. Il nido dell’Airone Fausto sta lassù, in cima al borgo. Il comune di appena 89 abitanti, in provincia di Alessandria, che da marzo è stato denominato Castellania Coppi. E qui la memoria vola, come una struggente melodia. «Pedala, pedala, pedala… Viene su dalla fatica e dalle strade bianche, la fatica muta e bianca che non cambia mai e va su...». Sono le parole di Coppi, la canzone di Gino Paoli, il più bel omaggio in musica dedicato all’Airone. L’ascoltiamo in silenzio dall’autoradio, mentre con il fotoreporter, il coppiano Doz , scolliniamo: da Tortona fino al paese del 'Mito' di cui domenica, tra musica (il trio Blue Dolls), incontri, arte (la nuova statua di Coppi dello scultore Vasco Baldi) monete con l’effigie del Fausto coniate della Zecca di Stato e emissioni di francobolli storici, si commemorano i cento anni dalla nascita del Campionissimo: Castellania 15 settembre 1919. Ad attenderci sulla piazzetta davanti al cimitero dove Fausto riposa con suo fratello Serse, c’è il figlio, Faustino Coppi. Per l’Italietta bigotta degli anni ’50, era il 'figlio della colpa', per i rotocalchi e le prime folate di gossip nazionalpopolare: il frutto dell’amore proibito, quello tra il Campione e la Dama Bianca. Fantasia francese, così l’aveva ribattezzata Pierre Chany dell’'Equipe' che di un montgomery color panna indossato dall’allora misteriosa Giulia Occhini ne fece la 'Dama di Coppi'.

Ma era una dama tutt’altro che candida, almeno per l’opinione pubblica e per la giustizia dell’epoca che, causa 'bigamia', condannò il Campione (già sposato) a un mese di carcere e poi al domicilio coatto, ad Ancona. «Brutta storia, assurdo per i tempi d’oggi», dice tirando un sospiro Faustino che del padre ha ereditato la compostezza, la semplicità dei modi e i profondi silenzi di chi sa ascoltare. E poi quel naso lungo e fino che tagliava il vento in corsa, e gli occhi grigioazzurri, un po’ tristi, di chi sembra sempre guardare un orizzonte spostato un po’ più in là. Più in là della piazzetta e della via Fausto Coppi, un fazzoletto di case basse, abitate per lo più da anziani che di Fausto Serse si intendono e ne portano il cognome alla porta e il sangue nelle vene. Castellania conta appena sei bambini (la più grande è Martina, 13 anni che va in seconda media, è una nipote di Maria Coppi, sorella di Fausto) che alla mattina per andare a scuola devono scendere in corriera fino a Tortona, dove aveva sede l’accademia ciclistica del guru-massaggiatore e secondo padre di Coppi, il cieco vegliardo Biagio Cavanna, o a Novi Ligure, patria del primo 'Campionissimo', Costante Girardengo. Quasi un secolo dopo questi pochi ragazzi di Castellania fanno la stessa strada, 36 chilometri al giorno andata e ritorno, fino a Novi, il tratto che il giovane Fausto copriva in bicicletta per andare a bottega: grembiule bianco da garzone del salumiere indossato molto prima delle illustri maglie rosa del Giro o la gialla del Tour de France. Con pioggia, neve o solleone, Fausto ogni mattina e ogni sera, dopo il tramonto, si allenava a scendere veloce e a risalire al nido di Castellania, arrampicandosi in sella alla vecchio 'cancello' arrugginito del padre Domenico. È in quella giusta eppure impegnativa distanza (persino in auto), che si misurava la stoffa del futuro Campionissimo. E questo Gianni Brera l’aveva capito arrivando qui. «Rimanendo giorni a Castellania non ho mai veduto un cristiano che non fosse sacramento dalla fatica sua e degli antenati, gente con occhi duri, zigomi ossuti, muscoli distaccati dalle ossa e gibbosi di bitorzoli da sforzo. Lo stesso Fausto aveva lo sterno carenato degli uccelli e gambe abnormi attaccate a un tronco tozzo e sgraziato: però… erano le più belle gambe che si fossero mai viste…».

Quelle gambe hanno sfidato il tempo e superato sempre, in gara, lo spettro della morte che inseguiva a ruota Fausto, ma anche il suo amatissimo fratello e gioioso gregario imprescindibile, Serse, che se ne andò per sempre a 28 anni (nel 1951) in un banale incidente, dopo che ferito per la caduta, era riuscito comunque a tagliare il traguardo di Torino. Il capoluogo distante anni luce da qui, specie ai tempi in cui in paese non c’era neppure l’acqua «che quella l’ha portata nei primi anni ’50 il Fausto quando aveva progettato una riserva di caccia nei boschi della zona », informa Mario Coppi (figlio di Sergio, cugino di primo grado del Campionissimo), ragazzone aitante e buon scalatore amatoriale che è anche il vicesindaco di Castellania. Mario e il sindaco Sergio Vallenzona stanno ultimando il programma degli eventi di domenica quando arriverà la carovana dei ciclisti della 'Cas-Cas', l’epica tappona Caserta-Castellania. La prima vera pedalata libera, a guerra finita (734 km, sette ore e mezza in auto), che Coppi, risalendo l’Italia da sud a nord, percorse in bicicletta dal 30 aprile al 5 maggio del ’45. Sei giorni per tornare a casa e riabbracciare finalmente con la santa pace i suoi genitori. E in quella casa di umile ma dignitosa famiglia contadina, con i ganci alle pareti per fare appassire l’uva e per allevare i bachi da seta in camera da letto, entriamo in religioso silenzio, come fanno ogni anno i 40mila 'senza-Coppi' in visita al suo lare domestico.

Ad aprirci la porta della casa Museo è la dirimpettaia, la signora Anna Baselica che strappiamo ai preparativi per il pranzo. «A Castellania quasi tutti si chiamano o Baselica o Coppi (la sorella di Fausto, Maria aveva sposato Edmondo Baselica). Insomma, siamo tutti mezzi parenti», dice Faustino mostrandoci le stanze: la cucina di mamma Angiolina che con la vecchia Singer esposta nella saletta cuciva i vestiti per tutto il paese in cambio di qualche uova fresca per la colazione dei suoi ragazzi. E poi facendoci largo tra bici, ritagli di giornali, quadri e vecchi cimeli, si sale alle stanze dei figli, Serse e Fausto. Assieme, sopra al comodino, in una bella foto incorniciata che li ritrae con un altro eroe esemplare dello sport, la leggenda del Grande Torino, il campionissimo del pallone Valentino Mazzola, volato via anche lui troppo presto nella sciagura aerea di Superga, 4 maggio 1949. L’anno mitico di 'Faustò' come lo chiamano i francesi che ricordano bene i trionfi di Coppi al Tour e infatti rappresentano la colonia più nutrita dei pellegrini che sciamano a Castellania.

«E’ un pellegrinaggio vero e proprio, e da tutto il mondo. Quest’anno alla 'Mitica', la ciclostorica che organizziamo ogni fine giugno, hanno partecipato dieci ragazzi arrivati dal Brasile - dice Mario Coppi -. Dei tanti tifosi devoti di Coppi ne ricordo uno per tutti, Nildo Campagnolo di Bassano del Grappa: veniva anche più volte l’anno e dopo che era andato a 'parlare' con Fausto al Mausoleo, scendeva in paese per cercare qualche prodotto o una bottiglia di vino della nostra terra. Una volta mio zio Piero gli regalò un calzino bianco che era appartenuto a Fausto e Nildo lo prese al volo, lo lavò alla fontana e poi commosso lo baciò come fosse la reliquia di un santo ». Sono scene che si ripetono da sessant’anni in qua: Coppi morì di malaria - presa durante un viaggio in Africa - il 2 gennaio 1960. In questo piccolo angolo di mondo antico è come se il tempo si fosse fermato al giorno in cui Fausto è andato in fuga dal mondo terreno. E quel giorno, come scrive l’altro suo grande cantore, Orio Vergani, fu come se Coppi avesse rotto «la guigne… ha spezzato il filo della sua vita fragilissima, come un piccolo soffio di vento spezza il filo di una tela di ragno coperta di brina, là sulle siepi invernali del suo paese di campagna».

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