domenica 17 dicembre 2017
«Il tecnico friulano in Cina allena il club del gruppo Suning: «Ho un lavoro da finire per Zhang, un uomo eccezionale». Uno sguardo all'Italia: «La Juventus resta fortissima...»
Fabio Capello 71 anni, allenatore dello Jiangsu Suning

Fabio Capello 71 anni, allenatore dello Jiangsu Suning

Fabio, quante offerte di lavoro ricevi ogni giorno? «Ogni giorno no. Una o due alla settimana. Anche tre, nei periodi più intensi, diciamo rivoluzionari». Comincia così la nostra chiacchierata con l’amico di vecchia data “Don Fabio” Capello, friulano di Pieris, classe 1946, professione: uno dei più grandi strateghi di panchina al mondo.

Cosa ti chiedono? In quale ruolo ti vorrebbero?

«Allenatore. Di nazionali. Di club...».

Pensavo ai momenti rivoluzionari, in realtà a ruoli istituzionali. Ci siamo capiti...

«Sì, ma non mi interessano. Seguo con interesse tutto quello che succede nel calcio ma il mio posto è il campo».

Anche in campo. Ma in stato di necessità, se c’è bisogno di dare una mano a cambiamenti drastici, potresti renderti disponibile: Cincinnato lasciava i campi e ci tornava dopo avere risolto i problemi di Roma.

«Hai detto bene: Roma. Non mi ci vedo, a Roma, a discutere con la gente di quelle che chiami istituzioni».

Vorrai dire Federazione, dopo tutto quello che è successo uno che ha esperienza da giocatore, da manager, da commissario tecnico, magari anche capacità politiche...

«Capisco Cincinnato, certe situazioni magari sollecitano richieste e senza dubbio prospettive affascinanti, ma vuoi mettere quanto è più fascinoso e appagante mettere mano a una squadra nuova, realizzare un disegno tecnico sul campo?».

Ma fino a quando? Vuoi proprio invecchiarci, sul campo?

«Non esageriamo: ho un bel lavoro da finire in Cina».

E ci torni? Eppure ho sentito addetti ai lavori scommettere che la vacanza cinese era finita; il tuo risultato lo hai avuto, sei contento di avere dimostrato che non hai l’esclusiva di allenare solo grandi club che puntano in alto ma anche squadre da salvare.

«Vacanza? Torno in Cina perché ho un lavoro da finire, perché il grande capo vuole grandi risultati».

Parli del signor Zhang patron dello Jiangsu Suning, la tua squadra, e dell’Inter.

«È un grande personaggio, un imprenditore eccellente, mi sono convinto – mi ha convinto – che vale la pena lavorare ancora al progetto per un risultato più importante dopo avere raggiunto la salvezza. A primavera sarò lì con il mio staff, con Brocchi, Zambrotta, Tancredi e Ventrone».

“La primavera cinese del signor Capello”, potrebbe essere il titolo di una pièce esotica. E dire che dopo avere registrato i nomi dei candidati alla presidenza federale mi ero convinto che toccasse a Capello il ruolo di ct che gli hanno offerto inutilmente. Non avevo fatto i conti con il signor Zhang... Torniamo a noi, al campionato: c’è qualcosa che ti sorprende?

«La Juve si riconferma fortissima, contro l’Inter l’ho vista a posto fisicamente e mentalmente; e l’Inter, a parte questa settimana, ha avuto finora una buonissima resa. Spalletti è un grande tecnico, è stato bravo a ricostruire la Casa nerazzurra. La Roma sarà competitiva fino alla fine, il Napoli mi sembra a tratti appannato, non so se riuscirà ad arrivare fino in fondo con quel continuo tamtam di radio e televisioni. Sarri deve estraniarsi per non farsi affossare, evitare di battagliare con la critica che prima ti esalta poi ti abbatte».

Glielo dico spesso: tanti complimenti sì, al suo Napoli, ma in realtà sono pronti tutti a saltarti addosso.

«Sarri deve capirlo da solo. Oggi applausi, domani fischi, far finta di niente, nel bene e nel male. Io dico sempre: i giornali non li leggo quando perdo e neppure quando vinco».

Non è vero ma ci credo.

«Il problema per noi è l’esaltazione, nei momenti di gloria io mi rifugio in Kipling: “Se saprai camminare con le folle o con i re sarai un uomo, figlio mio”».

È vero che tieni appeso “IF” in un quadretto appeso nello studio o nello spogliatoio?

«Nel portafoglio, secondo l’insegnamento di mio padre che mi raccomandava soprattutto il “rispetto”. In casa appendo solo quadri, sai che sono la mia passione».

Il tuo pittore preferito?

«Paul Klee. Se vuoi parlare di uno che ha insegnato a tutti, che ha ispirato il Novecento è lui».

Ma ce l’hai o ti manca alla collezione d’arte?

«Mi manca...».

Siamo alle figurine: cosa dici del “caso” Dybala?

«Un momento di confusione. Per capire bisognerebbe essere nella testa del giocatore. Una situazione delicata, il perché può saperlo solo l’allenatore. Il disagio può essere fisico, di testa, familiare, extrafamiliare. Ho avuto problemi del genere anch’io, ad esempio un giocatore ferito da una maldicenza s’era perduto. Uno così devi aiutarlo».

Nedved con le sue parole ha aiutato Dybala o ha solo dato l’idea che il ragazzo sia uno da “dolce vita”?

«Io sono per il silenzio, magari il silenzio assenso: far capire senza dire è l’ideale».

E il caso Donnarumma?

«Malfatto. Malgestito. Solo danni per il ragazzo. All’inizio del campionato lo hai visto andare in confusione per una trattativa sbagliata e un contratto sbagliato. I tifosi pagano, esigono, contestano. È tanto giovane comunque».

Forse troppo giovane: non credi che parlare di grandi portieri a diciott’anni sia sbagliato? È già successo con Scuffet e altri...

«Allora ti regalo un ricordo: novembre ’95, vado col Milan a Parma, il loro portiere, Bucci, si fa male, Nevio Scala ha Nista, secondo portiere, ma fa entrare un ragazzino di 17 anni, Gigi Buffon che fa miracoli, il migliore in campo, beh... deve ancora smettere. Vedi, ogni tanto nasce un grande portiere. Se Mihajlovic ha fatto giocare Donnarumma vuol dire che in lui ha visto qualcosa in più, fidati».

Ma è anche un ragazzo nella tempesta in un ruolo difficile.

«Delicatissimo: lui è l’ultimo baluardo, salva, dirige, un suo errore non può essere rimediato da un compagno. Spero che lo aiutino a riprendersi».

Ultima domanda: tu conosci bene la Spagna, credi sia possibile impedirle di fare i Mondiali? L’ho chiesto a Infantino, si è messo a ridere, mi ha risposto: “L’è düra trovare un posticino per l’Italia in Russia”...

«Rido anch’io. Sciocchezze. È una di quelle esagerazioni molto spagnole. È un caso politico interno».

E infatti è uno scoop di El Paìs. «Infatti...».

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