sabato 6 dicembre 2014
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Con i suoi 33 anni e quel cognome, Cannavaro, dovrebbe essere il veterano, il saggio del Sassuolo “scapigliato” di Eusebio Di Francesco. E invece, Paolo Cannavaro si presenta all’incontro con cappellino e look da rapper, stile Rocco Hunt, e il sorriso solare, contagioso, dell’eterno scugnizzo. «Che ci posso fare? Io mi sento più ragazzino dei ragazzini. A volte in campo infatti faccio degli errori di “inesperienza”...», dice divertito il fratello minore del campione del mondo Fabio Cannavaro. Rispetto a Fabio ha vinto poco, «una Coppa Italia», ma ha giocato tanto: «Ho esordito a 17 anni in B e ormai vado per le 400 partite in carriera ». Una carriera in cui ha avuto per allenatori tre ct, Donadoni, Sacchi e Prandelli, ha vestito tutto l’azzurro possibile e soprattutto non avrebbe mai smesso di indossare la maglia azzurra del Napoli. Oggi scende all’Olimpico per affrontare la Roma. Un giorno lei disse: “Vorrei diventare il Totti del Napoli...”. «C’ho provato, praticamente per vent’anni, ma non me lo hanno permesso. Peccato, ora mi tocca fare il “Magnanelli del Sassuolo” – sorride –. Mi riferivo a Totti come campione assoluto e come esempio da seguire: quando smetteranno lui e Buffon resterà De Rossi l’unica bandiera di un calcio che non c’è più». Come è diventato questo nostro povero pallone italiano? «È cambiato tutto e lo ha fatto seguendo lo stesso ritmo impazzito della società in cui viviamo. Oggi gli spogliatoi sono pieni di ragazzini che vanno e vengono, che non conoscono lo spirito di sacrificio e che difficilmente si legano a una maglia per sempre». Sono il frutto delle moderne scuole calcio in cui crescono “pulcini in batteria”. «Infatti. La mia è stata l’ultima generazione che ha avuto la fortuna di giocare il calcio di strada. Crescevi più furbo e più scaltro: se avevi il coraggio di tuffarti o di entrare in scivolata sull’asfalto, figurarsi su un campo d’erba. Il primo tatuaggio, a 17 anni, l’ho dedicato a un simbolo della mia gioventù, il Supersantos, il pallone leggero come una piuma che andava dove lo portava il vento e il nostro cuore». Nostalgia romantica di chi ha solide radici partenopee. «Sono un ex ragazzo della “compagnia del mu-retto”, rione La Loggetta. Il quartiere dove sono nato e dove ho incontrato una 13enne, Cristina, che poi è diventata mia moglie e la mamma dei nostri tre figli: Manuel (12 anni), Adrian (10) e Sofia (6)». La Loggetta, in pratica “casa e bottega” per i Cannavaro. «La nostra casa è a due passi dallo stadio San Paolo, talmente vicina che dal boato capivamo se il Napoli aveva fatto gol. Esultava anche mamma Gelsomina e Renata, nostra sorella. Non ha giocato perché a Napoli non erano anni di calcio femminile, ma a palleggi Renata ci batte ancora adesso». Vocazione calcistica di famiglia trasmessa da chi? «Da nostro padre, Pasquale: era il terrore degli attaccanti campani. Stava per arrivare al professionismo, ma “a capa nun era bona”, dice lui. Ha preferito il posto sicuro al Banco di Napoli. “Prima il diploma e poi il divertimento”, ha insegnato a noi figli. Così un giorno, quando dalla scuola gli dissero che Fabio non studiava, per la rabbia gli fracassò tutta la roba da calcio minacciandolo: “Tu hai chiuso con il pallone!”. Ogni tanto glielo ricordo: papà, pensa che delitto che stavi commettendo...». Stava per stoppare sul nascere il futuro Pallone d’Oro. È stato duro il confronto con suo fratello? «All’inizio era un macigno, poi ho avuto la fortuna di debuttare nel posto “più pericoloso” al mondo, la mia Napoli, e in un colpo solo ho spazzato via tutti i tabù». Napoli è davvero il “posto più pericoloso” dove fare calcio? «Napoli città, è un paradiso popolato da diavoli, ma non potrei vivere tanto a lungo altrove. Calcisticamente è sempre stata avara con i suoi figli: ieri con i Cannavaro, oggi con Lorenzo Insigne. Domani magari anche con suo fratello Roberto (in prestito alla Reggina, ndr) che secondo me è ancora più forte di Lorenzo». C’è qualcosa in cui Paolo è meglio di Fabio? «Sono più bello – ride di gusto –. Il mio idolo era Paolo Maldini, ma quando Fabio è diventato il “Cannavaro nazionale” il faro non poteva essere che lui. Non ho studiato e me ne pento, ma nel calcio mi sono laureato al Parma, allenandomi con lui e Lilian Thuram che mi diceva con i suoi francesismi: “Paolò giocala la palla, non buttarla sempre via come tuo fratello...” E mio fratello: “Non ascoltarlo Pa’, tu sì difensore”. Magistrali». Perché non ci sono stati due Cannavaro anche nella Nazionale maggiore? «La mia sfortuna è stato farmi male tre settimane prima che l’Under 21 di Claudio Gentile vincesse l’Europeo del 2004. Se avessi disputato quella finale (con la Serbia-Montenegro, ndr) magari due anni dopo mi sarei ritrovato nel gruppo mondiale con i miei compagni De Rossi, Barzagli e Gilardino». In quell’Under 21 c’era anche Emiliano Moretti del Toro, suo coscritto (1981) appena richiamato in Nazionale da Antonio Conte. «La conferma che Conte guarda alle prestazioni e non all’anagrafe o al club. E questo è uno stimolo anche per il sottoscritto. Hai visto mai? - risata -». La concorrenza poi si è abbassata, che fine ha fatto la prestigiosa scuola difensiva italiana? «Si era già estinta quando cominciavo io. Passati i tre pilastri storici Paolo Maldini, Fabio Cannavaro e Nesta, l’ultimo “difensore-difensore” è stato Marco Materazzi: gli attaccanti tremavano solo a guardarlo. Ora vogliono che il difensore sia il primo regista della squadra, quindi grande attenzione alla tecnica, ma l’istinto naturale del difensore puro si è smarrito». Quindi la nostra crisi di talenti è colpa degli allenatori? «Mancano gli educatori di campo come quelli che ho avuto io al Napoli, mister Frezza e Scarpitti. Frezza mi piazzava due ore a palleggiare contro il muro e quello che ci insegnava vent’anni è validto tuttora nella sua scuola calcio di San Giorgio a Cremano». Il comune alle porte di Napoli che ha dato i natali a Massimo Troisi. «Conosco a memoria i suoi film. Durante una trasferta sul bus misi su il dvd di “Non ci resta che piangere”: vedere Lavezzi e Cavani che ridevano con le lacrime agli occhi mi ha fatto capire una volta di più quanto fosse universale l’anima di Troisi». Un’icona della napoletanità, come Totò, i De Filippo, Ciro Ferrara, i fratelli Cannavaro... «Io sento di essere più amato adesso dalla gente di Napoli che comunque mi è sempre stata vicina, specie quando mi hanno messo in mezzo a quella brutta storia del calcioscommesse». Che momenti sono stati quelli della condanna a 6 mesi di stop (per omessa denuncia) cancellati poi dall’assoluzione piena. «Io e Gianluca Grava ci siamo rifiutati di patteggiare, perché non si baratta una riduzione di pena se si è innocenti. La piaga delle scommesse è un fenomeno planetario, ma chi giudica deve stare attento e pesare le persone e le responsabilità. E anche i media non possono sparare il “mostro” in prima pagina e poi rimediare con tre righe in cronaca quando si viene scagionati. Cattive abitudini, molto italiane». Meglio volare in Cina, magari al Guangzhou con Cannavaro senior per allenatore? «No, io resto qui. È stata una scelta coraggiosa rimettermi in gioco a Sassuolo, ma oggi so che ho fatto la cosa giusta. Questa è una società ambiziosa e che punta sui “giovani”, come me – risata –. Il presidente Squinzi lo scorso anno mentre eravamo in piena lotta salvezza ci chiese l’Europa. Oh, se lo chiede lui crediamoci». Il prossimo obiettivo di Paolo Cannavaro? «Una onlus. Con Floro Flores stiamo pensando a un progetto rivolto ai bambini malati dell’ospedale Pausilipon di Napoli. È un modo per ridare indietro qualcosa alla nostra città che ci ha dato tanto».
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