lunedì 9 agosto 2010
A Calcutta l'eredità della religiosa è ancora vivissim: nelle loro case, le Missionarie della carità continuano a curare i malati, ad accompagnare i moribondi, ad aiutare gli orfani. E l'intera società, quasi completamente induista, serba intatto il rispetto.
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«Strong man» stringe forte la mano del volontario. Paolo incide con il bisturi i tessuti necrotici nel piede e disinfetta la piaga. «È per il tuo bene, ok? Quando ti faccio male, perché ti farò male, alza la mano e mi fermo», lo rassicura in inglese. L’"uomo forte" sa qual è l’unica decisione da prendere: se vuole salvare il piede e potere ancora camminare, non deve fermare il medico. Paolo continua il lavoro di scavo nella carne viva. «Strong man» non si lamenta, spinge dentro le urla di dolore e gira la testa. Il volto è più eloquente delle parole. Più il medico taglia, più stringe forte la mano allo sconosciuto a fianco. A Kalighat, la «Casa dei moribondi» di Madre Teresa a Calcutta, un volontario può fare molte cose: mettere le lenzuola e le coperte nei lavatoi e pestarli nell’acqua corrente, servire il pranzo, pulire i piatti e i bicchieri, parlare con i malati, pulirli dagli escrementi, stare vicino durante le medicazioni. Nirmal Hriday, la «Casa dei puri di cuori», ospita i più poveri. Madre Teresa volle che gli agonizzanti potessero non morire da soli, come cani per strada, ma circondati dall’affetto delle suore o dei volontari. Li raccoglieva tra i rifiuti e li portava a Nirmal Hriday, la sua casa prediletta. «Ho vissuto come un animale per la strada, ma sto per morire come un angelo, amato e curato», le disse un uomo, ricoperto e mangiato dai vermi, prima di spirare. L’abisso che separa il volontario dall’ospite, magrissimo, seduto nel lettino sotto un quadro della Divina Misericordia, si annulla: quest’ultimo gli tiene la mano e in questo momento è l’unica cosa che chiede. La nascita di Nirmal Hriday è un miracolo: vicino a un tempio indù, dedicato alla sanguinaria Kali, la dea nera dal terribile aspetto. A pochi metri, i fedeli si affollano per entrare e adorarla. Offrono fiori, incenso e sacrifici di animali. Nel retro, nella zona sacra, le capre sono lavate per la purificazione e sgozzate. Nel 1952 Madre Teresa iniziò a ospitare uomini e donne abbandonati, divorati dalle piaghe. La vicina comunità indù – Kaligath è un quartiere a maggioranza induista dove bancarelle e venditori asfissiano i turisti con i souvenir sacri – non gradì. La suora albanese fu accusata di fare proselitismo. Un giorno una folla inferocita «bussò» alle porte della casa. Le suore ebbero paura. Madre Teresa invitò uno dei capi dei manifestanti a entrare: l’uomo, quando vide in che modo i malati erano curati e assistiti, se ne andò. Da allora la convivenza è tranquilla. Gli indù continuano a pregare la loro dea, le suore e i volontari a curare i moribondi. Dall’alto, un crocifisso sopra una cupola guarda la piazza affollata di ambulanti che vendono e di fedeli che comprano. Nel reparto maschile gli ospiti sono una quarantina. L’unico stanzone ha tre file di letti: quelli ai lati si trovano su una base rialzata. A ogni posto, corrisponde un numero dipinto sul muro. Nella zona femminile, a fianco dei numeri, ci sono anche i nomi. Tra i due dormitori, le vasche, i lavatoi, la farmacia e una piccola stanza che funziona da obitorio temporaneo. «La mortalità è alta», spiega la superiora. Il medico conferma. Chi entra a Kaligath riceve le migliori cure possibili ma non basta. A volte si tratta di una banale ferita che potrebbe essere medicata in qualsiasi ospedale. Ma le medicine costano, il caldo, l’umidità e la sporcizia fanno il resto. «La piaga peggiora, l’infezione si estende e non possiamo fare più niente – racconta Paolo –. Molti sono soli perché abbandonati dai parenti. Le famiglie vorrebbero andare a trovarli ma non possono per motivi economici». «Strong man» migliora di giorno in giorno. Ormai la piaga al tallone non preoccupa più i medici. L’ora della medicazione è meno angosciante, il dolore c’è ma sopportabile. Chi sta male è il nuovo arrivato. I valori del diabete sono alti ma è la piaga al piede che lascia poche speranze. Il disinfettante scorre nei buchi della carne: un’infermiera infila una garza in una piccola cavità sotto la pelle. La necrosi è in uno stadio troppo avanzato. Le suore gli danno da bere e parlano con lui. Dicono che abbia 46 anni. Il diabete è sempre alto e l’insulina sembra non avere effetto. L’arrivo dei collaboratori, per i malati, è sempre un momento di svago. Scambio di saluti all’indiana, mani giunte e piccolo inchino, si chiacchiera con chi ha voglia e può, ma non soltanto in inglese. Strano, ma gli ospiti più anziani ti parlano tranquillamente in bengali. Forse si lamentano oppure ricordano tempi migliori. È una conversazione surreale ma che può andare avanti diversi minuti. Il vecchio Babu è furbo. Quando arrivano nuovi volontari, urla di più. «Vuole stare al centro dell’attenzione – spiega Paolo che lo conosce da tempo –. Soffre, su questo non ci sono dubbi. Però il suo umore dipende dal numero di persone vicine. Forse è giusto così». Una mattina il lettino del diabetico è vuoto. «È stato ricoverato in ospedale?», chiede un volontario che si rende subito conto dell’ingenuità della domanda. «È morto nella notte – risponde la superiora –. È nell’obitorio, puoi salutarlo se vuoi». La salma ricorda la descrizione evangelica di Lazzaro: il bianco del lenzuolo con cui è stato avvolto contrasta con la pietra grigia del pavimento. Nella casa madre in 54a, A.J.C. Bose Road, c’è sempre un viavai di gente. Decine di visitatori, tutti i giorni, vanno al pianterreno dove c’è la tomba della fondatrice delle missionarie della carità. Alle comitive di indù, arrivati a Calcutta per i tour religiosi, non dispiace visitarla. La tomba è un semplice parallelepipedo di marmo ricoperto di petali arancioni. I cattolici pregano, gli indù scattano foto e vanno via ma tutti si fermano qualche minuto. Suor M. è stata trasferita in India dopo una lunga missione in Italia. Ricorda i momenti "eroici" dei primi anni: «All’epoca nessuno ci conosceva. Era difficile procurarsi pranzo e cena». A volte capitava che le suore, dopo essere entrate nella congregazione, incontrassero i parenti. Alcune provenivano da famiglie indù. «Si vergognavano di noi e cambiavano strada senza guardarci. La Madre [così era – ed è – semplicemente chiamata dalle consorelle, ndr] non si fermava mai. Il suo unico desiderio era servire il Signore nei nostri fratelli. Metteva amore in ogni cosa che facesse, non importa se piccola o grande: organizzare, assistere i poveri o lavare i bagni, lei lo faceva sempre nel nome di Cristo».A Calcutta l’aria è irrespirabile. La messa mattutina, nella cappella della casa madre, è scandita dai colpi di tosse dei volontari, da poco arrivati, non ancora abituati allo smog, cosa che non succederà mai. Il luogo dedicato al silenzio e all’adorazione, per ironia della sorte, è quanto di più caotico vi possa essere: le finestre danno su una via che, negli anni, è diventata una specie di autostrada. Le suore pregano concentrate come se fossero avvolte dal silenzio di un monastero benedettino e anche questa è una testimonianza. Una riproduzione di gesso ricorda il posto dove Madre Teresa si sedeva sempre per pregare, in fondo, vicino all’ingresso. Alla liturgia partecipano anche i bambini dati in adozione. Una bella ragazzina indiana singhiozza a lungo, cerca di trattenersi ma alla fine piange. I nuovi genitori sono una coppia belga. Forse avrà un futuro migliore in Europa – questo lo sa – ma non vuole lasciare le suore e le compagne di orfanotrofio. Un bambino, al massimo avrà cinque anni, non si ferma un attimo, saltella e gioca con il libretto dei canti e la nuova sorella. Andrà in America.
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