mercoledì 15 novembre 2017
Alla vigilia di BookCity il filosofo fa il suo elogio della letteratura: «In ogni narrazione autentica è sempre presente il pericolo, l'oltrepassare un confine oltre il quale non si è più protetti»
Un disegno di Doriano Solinas

Un disegno di Doriano Solinas

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Cita Nietzsche e Blanchot, Heidegger e Derrida, ma alla fine, per essere sicuro di essersi fatto capire, Silvano Petrosino passa al setaccio un racconto del premio Nobel Isaac Bashevis Singer. «Nella sua drammaticità, il nostro rapporto con il mondo si esprime sempre attraverso un linguaggio narrativo», ribadisce il filosofo riassumendo in poche parole il senso del suo nuovo saggio, Contro la cultura. La letteratura, per fortuna (Vita e Pensiero, pagine 112, euro 13,00, in libreria da domani), che prosegue la riflessione avviata con Le fiabe non raccontano favole (presto in nuova edizione dal Melangolo) e Il magnifico segno, pubblicato da San Paolo nel 2015. «Sto cercando di proporre una teoria della letteratura in un momento in cui la teoria, anche in campo letterario, non è molto praticata», osserva Petrosino, che durante le ormai imminenti giornate di BookCity Milano presenterà non solo Contro la cultura (venerdì 17 novembre alle ore 16 presso l’Università Cattolica, insieme con Giacomo Poretti), ma anche Contro il post-umano, scritto in conversazione con Manlio Iofrida per Edb (pagine 136, euro 13,00: se ne parlerà sabato 18 novembre alle ore 15 al Museo di Storia Naturale).

Professore, ma lei è contro tutto?

«Di sicuro non contro la letteratura – ribatte Petrosino –, che riesce a restituirci in tutta la sua complessità la ricchezza e le contraddizioni dell’esperienza umana, spingendo lo sguardo anche nei luoghi più riposti, di solito ignorati o censurati da noi stessi. Quella che chiamo “la cultura”, ossia il linguaggio logico-argomentativo, riconosce l’esistenza di questa complessità, ma tende ad addomesticarla, facendone emergere soltanto alcuni aspetti. In letteratura, come nella seduta psicoanalitica, questa selezione non avviene».

Lei però è un filosofo, non un narratore.

«Sì, ma in questo caso non scatta una contrapposizione, quanto piuttosto un’alleanza contrastata finché si vuole, ma necessaria. È come se la filosofia dicesse alla letteratura: “Tu dici, ma non sai”, e la letteratura rispondesse: “Tu sai, ma tradisci quel che sai”. Il problema è che hanno ragione entrambe, in un certo senso. La letteratura, di suo, ha la caratteristica di strutturarsi come testimonianza, ed è questo che le permette di affrontare un enigma come quello posto da Lacan con il suo “sono dove non penso”. Una condizione che la filosofia può postulare, ma di cui la letteratura ci permette di fare esperienza».

Attraverso l’invenzione?

«Qui bisogna andare cauti, perché lo scrittore (o, se si preferisce, il narratore) è sempre più un testimone che un inventore. Racconta quello che vede, non quello che crede di dover vedere, per riprendere una felice formula di Flannery O’Connor. La storia è sempre qualcosa che si impone da sé, con la sua evidenza. Del resto, è lo stesso Manzoni a farcelo capire, quando sostiene di essere il re- dattore e non l’autore dei Promessi Sposi . Il manoscritto dell’anonimo c’è già, a lui spetta solo il compito di renderlo accessibile, proprio come farebbe un testimone».

Ma anche una storia può mentire, no?

«Certo, quando non affronta il nodo dell’esperienza e si accontenta di cercare consenso. Si tratta di un elemento che accomuna la cosiddetta pseudoletteratura (i cui temi derivano spesso da un’azione di sciacallaggio sui fatti di cronaca) e la retorica politica della narrazione, il cui fine ultimo sta nel trasformare i lettori in elettori. A proprio favore, si capisce. Può piacere o non piacere, ma il vero narratore non si pone mai il problema del consenso. Scrive perché deve, e perché deve gira un film, come faceva Stanley Kubrick, persuaso anche lui del carattere incontrollabile del racconto».

Alcuni degli autori ai quali si riferisce insistono sulla nozione di “esistenza”, mentre lei preferisce il termine “esperienza”: perché?

«Perché nell’esperienza mi pare sia più presente e avvertibile l’elemento del pericolo, del transito attraverso un confine oltrepassato il quale, fatalmente, non si è più protetti. Ecco, nella sua essenza l’esperienza è questo essere in transito, questo esporsi al pericolo. In quanto tale, non è prevedibile. Nessuno può uscire di casa al mattino nutrendo la convinzione che quel giorno, e proprio quel giorno, gli sarà dato di fare un’esperienza. Al massimo, potrà prevedere di acquistare qualcosa. C’è una bella differenza, non trova?»

Dobbiamo ritenere che la testimonianza della letteratura sia sempre veritiera?

«Derrida risponderebbe anche una testimonianza falsa non è necessariamente una falsa testimonianza. Potrebbe sembrare una resa al relativismo, ma è invece un paradosso che ci aiuta a cogliere la verità nella sua dimensione più drammatica e profonda. Falso non è il racconto che accetta di correre il rischio dell’ambiguità. Falso, e addirittura immorale, è il racconto che pretende di riprodurre la realtà senza ulteriori mediazioni, rendendola consolatoria. La realtà, semmai, è uno “gnommero”, come scriveva Gadda: un gomitolo aggrovigliato che si può cercare di sciogliere solo se prima si ammette, appunto, che di uno gnommero si tratta. Molti preferiscono ignorare questa complessità, che il narratore riconosce in tutta la sua portata. E, riconoscendola, la salva».

Non è un atteggiamento rinunciatario?

«Niente affatto. Rinuciatario è semmai chi si rifiuta di maneggiare la materia compromettente della realtà. Il vero narratore non esita a “sporcarsi le dita”, come sosteneva Jean Cayrol, il grande testimone francese della Shoah, fino a riconoscere “l’illustre dimora dell’uomo” anche negli aspetti meno edificanti dell’esperienza».

Questo riguarda anche il racconto biblico?

«Riguarda principalmente il racconto biblico, direi. Dio sceglie di rivelarsi in una storia, e cioè attraverso la narrazione, perché in questo modo sa di toccare direttamente l’uomo nella sua esperienza più autentica. Ma la parabola, che nel Vangelo diventa lo strumento principale di questa comunicazione, non è un racconto schematico. Ognuno la intende secondo quanto può e vuole, in una dimensione che si mescola alla nostra quotidianità. Che è letteratura, insomma, molto più e molto prima di configurarsi come cultura».

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