mercoledì 6 maggio 2009
Esce una nuova edizione del «Libro bianco» dove il politico della Dc delineava un progetto di «città partecipata» ancora attuale.
COMMENTA E CONDIVIDI
Nell’estate del 1951 Giuseppe Dossetti lasciava la vita politica. Si ritirava a Bologna dove aveva creato "il centro documentazione" sulla vita della Chiesa e della società italiane. Si avviava il percorso che lo avrebbe portato al sacerdozio. Ma nel 1956, in occasione delle elezioni comunali, nel capoluogo emiliano governato da un politico di razza e molto popolare, Giuseppe Dozza, accettava di capeggiare la lista della Democrazia cristiana. Accompagnava questa scelta la presentazione di un corposo Libro bianco, di ben 170 pagine, non diffuso gratuitamente ma venduto a 600 lire (e già questa era una novità per la politica del tempo) nel quale esponeva il suo articolato progetto di città partecipata con la proposta innovativa dei quartieri, progetto fondato su analisi e studi condotti con rigore (una collaborazione fattiva fu, tra le altre, quella di Achille Ardigò) caratterizzato da una capacità affascinante di comunicazione (non ci furono praticamente aree centrali e periferiche di Bologna che non venissero raggiunte dai suoi giovani ed entusiasti collaboratori) e animato dall’idea di fondo che «per fare politica occorre informarsi, studiare e alzare lo sguardo oltre il particolare…». Lo scrive Gianni Boselli che ha curato la ristampa integrale del Libro bianco (in uscita per l’editore Diabasis). Ad oltre cinquant’anni da quelle elezioni e mentre Bologna, con altre città, si prepara al rinnovo del Consiglio, può sembrare una sorta di archeologia politica questo ripescaggio. Troppe cose sono cambiate da allora. È cambiata la città; i partiti sono in crisi o scomparsi, la disaffezione dei cittadini verso le istituzioni è crescente, un programma di oltre 170 pagine è oggi impensabile; il buon governo dell’amministrazione bolognese, che per anni il Pci ha sbandierato come modello, è alle spalle per la prevalenza di un "conservatorismo di sinistra" che già Dossetti denunciava negli infuocati comizi del 1956 provocando la risentita reazione, altrettanto infuocata, di Togliatti e degli altri leader comunisti. Eppure i tre saggi di Luigi Pedrazzi (Dossetti lo chiamò nella sua lista per il Comune), del ricercatore Luigi Giorgi e del politologo Paolo Pombeni consentono di collocare la novità del Libro bianco (che tale fu anche se non poche delle proposte sono state "copiate" in numerose città), fondato sul principio della partecipazione dal basso, nello scenario della politica interna e internazionale (il 1956 è l’anno del Rapporto Kruscev, cui seguirà nell’autunno l’invasione dell’Ungheria e la crisi di Suez) e in una realtà ecclesiale che, anche se papa Giovanni e il Concilio erano ancora inimmaginabili, appariva più mossa e meno uniforme. Le relazioni quasi naturali tra la Dc retta con polso fermo da Fanfani e la Chiesa italiana rendevano le elezioni in una città importante come Bologna un test che non si poteva ignorare.Nel 1951 le elezioni per il rinnovo del Consiglio – ricorda Pedrazzi – si erano concluse con un ridottissimo margine di vantaggio per il Pci. Meno di un punto percentuale aveva diviso la coalizione di sinistra da quella centrista, Dc e partiti laici minori. C’era quindi nei partiti anticomunisti la speranza di conquistare il Comune. Perché si ricorse a Dossetti che dal 1951 era fuori gioco anche se non disinteressato alle vicende italiane e internazionali? Si è sempre parlato e scritto di un intervento dell’arcivescovo Lercaro, che quasi impose "per obbedienza" a Dossetti di candidarsi. Ma oltre al cardinale, anche un esponente autorevole, l’onorevole Angelo Salizzoni guardava al "professorino" come unica carta per vincere la sfida con un Pci fortemente radicato in città.  Dossetti si piegò alle sollecitazioni di Salizzoni e di Lercaro. Strappò a un Fanfani riluttante, in un incontro a Roma con il segretario del partito, l’autorizzazione a essere candidato «ma dal voto primario di tutti gli iscritti alla Dc bolognese» e non da un comitato ristretto di notabili del partito. Dossetti fu sempre attento a non coinvolgere nella sua campagna parti significative della Chiesa bolognese. Ma la candidatura fu da lui vissuta – lo avrebbe ricordato alcuni anni dopo – come qualcosa «che gli tagliava la faccia». Dossetti – scrive ancora Pedrazzi – «fu interiormente orripilato e in qualche modo offeso da una proposta così lontana da una strada su cui intendeva camminare». Ma una volta dato il suo assenso, si gettò con passione e grinta contro «l’immobilismo conservatore» di un’amministrazione che non corrispondeva, a suo giudizio, «alle possibilità reali del popolo di Bologna». Senza mai illudersi sul risultato («noi perderemo – avrebbe detto a Pedrazzi – ma il nostro impegno è dire quanto ci sembra giusto. Saranno poi i cittadini a decidere»).Dozza avrebbe vinto. E Dossetti, come annota Giorgi, per due anni, fino a quando entrò in seminario, «fu uomo di opposizione, ma di una opposizione costruttiva, mai pregiudiziale». Pombeni sottolinea una certa ambivalenza «e persino ambiguità» della sua presenza pubblica. Dossetti aveva però avvertito da tempo: «I cattolici italiani non sono maggioranza, noi siamo minoranza…». Il Libro bianco riflette una stagione conclusa da tempo. Ma questo obiettivo – come nota Giorgi – «di sentire la città, di vederla crescere secondo uno sviluppo organico», ci sembra ancora attuale mentre milioni di italiani voteranno a giugno per rinnovare i consigli comunale di molte città, Bologna in testa.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: