domenica 29 marzo 2009
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Le cifre della produzione sono da kolossal: un budget di oltre 5 milioni di euro, due star del­la lirica come la russa Anna Ne­trebko e il messicano Rolando Vil­lazon al debutto sul grande scher­mo, cento comparse impegnate sul set che a Vienna, negli studi della Filmstadt (la Cinecittà austriaca, lo dice la parola stessa), hanno ricrea­to la Parigi di metà Ottocento. Quel­le della distribuzione, invece, da film di nicchia: solo nove le sale cine­matografiche che in Italia dal 6 a­prile – curioso aver scelto un lunedì per il debutto (che avverrà in con­temporanea a Milano, Firenze, Ro­ma e Bologna) quando solitamen­te è il venerdì il giorno d’esordio del­le nuove pellicole – programme­ranno La bohème, il film che Robert Dornhelm ha tratto dall’opera di Giacomo Puccini. Stavolta la politica non c’entra, ma per certi versi siamo di fronte ad un altro caso Katyn ( denunciato da Av­venire), il film di Wajda censurato dai cinema italiani. Il «mercato» in­fatti sembra non volere altro che fil­moni hollywoodiani e (poche) com­medie all’italiana. E tutto il resto, viene penalizzato. Tanto più che quello del regista di Into the West non è un film «all’americana» pie­no di effetti speciali – anche se al­cune inquadrature sembrano striz­zare l’occhio a Moulin rouge – che garantiscono il tutto esaurito al bot­teghino. Ma quella di Dornhelm, che si cimenta per la prima volta con l’opera lirica, non è nemmeno la semplice trasposizione sul gran­de schermo del capolavoro pucci- niano. «L’opera è un genere che non si addice particolarmente al mio sti­le: la trovo troppo statica e definiti­va » racconta il regista che recente­mente ha firmato la trasposizione televisiva di Guerra e pace. E spiega di aver accettato di mettersi dietro la macchina da presa «per cercare di tramutare in immagini quanto di e­mozionante e genuino è contenu­to nella musica». Un’operazione che Dornhelm fa con molta libertà, piegando la par­titura al linguaggio cinematografi­co e raccontando anche quello che le note di Puccini lasciano solo in­tuire. «Ho sempre pensato: L’opera è facile! Ma dopo 3 giorni di riprese ero sfinito» racconta ancora il regi­sta che ha potuto contare su due cantanti della nuova generazione, due voci del cosiddetto star system della lirica che all’estero va per la maggiore, ma che in Italia non rie­sce a sfondare. Una coppia che i tea­tri di mezzo mondo si contendono e che è l’esempio di come il mondo dell’opera, prima che con le voci, debba fare i conti con lo strapotere dell’immagine: fisico da modella, spesso immortalata in scatti che ri­cordano Audrey Hepburn, la Ne­trebko racconta che «muoversi da­vanti a una telecamera è totalmen­te diverso che stare su un palcosce­nico: non devi fare grandi gesti o e­saltare l’espressività perché le emo­zioni passano attraverso un sem­plice sguardo». Villazon, invece, sve­la un trucco: «Anche se la musica e­ra registrata era impossibile non cantare dal vivo durante le riprese». Dornhelm, infatti, ha voluto con­centrare tutto sulla recitazione e ha imposto il playback, utilizzando l’incisione dell’opera fatta da vivo a Monaco di Baviera nell’aprile 2007 con Bertrand de Billy sul podio del­l’Orchestra sinfonica della Radio Ba­varese. L’effetto cinematografico è garantito: per 100 minuti riprese in alta definizione che ti portano den­tro lo schermo e audio in Dolby sur­round che ti avvolge. Ma alla fine dell’opera lirica, quella che fa pas­sare l’emozione dal palcoscenico al­la platea, resta davvero poco.
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