sabato 8 settembre 2018
Con Mogol è stato la colonna sonora di intere generazioni, tranne quella dei nativi digitali penalizzati dalle scelte della famiglia del cantante. Mezzo secolo fa, nel '68, la sua grande rivoluzione
Vent'anni senza Lucio sognando il suo canto libero

Ci ritorna in mente l’avventura del canto libero di quell’anima latina del nostro caro Lucio, umanamente uomo. Lui, noi tutti: pensieri e parole. Basterebbe inanellare pochi suoi titoli di brani e di album (minimamente parafrasati) per ricreare un’intera epoca attraverso un solo uomo, un cantante. Un rivoluzionario della musica unico e geniale. Sono passati vent’anni, oggi, dal suo addio. Era la mattina del 9 settembre del 1998 quando, preceduta solo di qualche ora dalla clamorosa notizia del suo ricovero e delle sue gravi condizioni di salute, l’Italia si ammutolì e si sentì, unanime, orfana della sua più profonda e intensa colonna sonora popolare, e insieme intima, di sempre. Bastava e basta ancora adesso, per gli adulti di oggi, sentire o far risuonare in sé il suo nome per proiettarsi immediatamente in un mondo poetico, musicale ed esistenziale ormai lontano e perduto, inespugnabile fortezza della memoria personale e collettiva.

Grazie a quell’anima latina (anche geograficamente: Lucio era nato a Poggio Bustone, in provincia di Rieti, il 5 marzo 1943, incredibilmente il giorno dopo l’altro grande Lucio della musica italiana) che inglobava in sé suoni e ritmi del mondo. L’onnivoro Battisti, nella sua speciale capacità di sintesi musicale, riusciva a spaziare nella composizione delle sue canzoni dal pop al rock, dal rhythm and blues al beat, dall’elettropop al folk, dal progressive alla new wave. Ma su tutto ciò, al di sopra di questa versatilità, vitale risorsa e cifra artistica, c’era la più straordinaria vena melodica che la canzone italiana avesse mai conosciuto. Fin dall’inizio della sua carriera, quando ottenne dal padre Alfiero il permesso di tentare la via della musica dopo il diploma, l’autodidatta Lucio stava intere giornate a suonare la sua chitarra. Era così che sgorgavano le idee, era così che Battisti cesellava quel suo naturale talento. Dalla traspirazione all’ispirazione, come dice Morricone. Fino all’incontro decisivo, per lui, per Mogol, per noi tutti.

Era la metà degli anni Sessanta quando la coppia d’oro cominciò a confezionare a ritmo crescente il nuovo immaginario sonoro popolare degli italiani. Mogol (Giulio Rapetti) era già un affermato autore di testi, figlio di un dirigente della Ricordi. Ma fu Battisti a farlo volare, con la sua scrittura, oltre il mestiere di paroliere. Il connubio era assoluto, fino al decollo quando Battisti cominciò a cantare le sue, le loro, canzoni. Prima i beneficiari di quel fiume creativo in piena erano stati altri cantanti e complessi (come si diceva allora) come i Dik Dik o l’Equipe ’84. Ma c’è una canzone che prima e più di tutte rappresenta e sintetizza la rivoluzione musicale di Battisti. Un pezzo di cinquant’anni fa esatti, di quel ’68 che evoca altri fermenti giovanili tra utopie, ideologie e contestazioni. Tutte questioni che a Battisti non interessavano affatto. «Macché impegnato, io sono disimpegnato. Disi-tutto. Tranquillo proprio» disse una volta stizzito, mentre tutt’attorno montava l’incalzante e minacciosa fagocitosi del pensiero unico della sinistra giovanile. Il ’68 di Battisti era invece Balla Linda: la rivoluzione della canzone italiana. Quel verso tronco («Balla Linda, balla come sai; balla Linda, non fermarti») rappresentava lo spartiacque con il passato, con la tradizione, con la rima baciata. Era partita un'onda nuova, che sarebbe diventata uno tsunami da oltre 25 milioni di dischi venduti.

Battisti, tacciato di essere fascista, con fantasiose deduzioni di certi giornalisti e critici musicali ottusamente schierati (le braccia tese della Collina dei ciliegi o il mare nero della Canzone del sole), aveva invece messo d’accordo tutti con la forza della “sua” rivoluzione poetica, musicale, artistica: quella della canzone. Al “come voti” stava sostituendo il “cosa ascolti”. Per essere felici basta un niente, magari una canzone, cantava l’altro Lucio, quello nato un giorno prima e che a Battisti aveva anche proposto (invano) di collaborare insieme. Ed è proprio la canzone, quella che diventa sentimento popolare (come cantava Battiato), la grande assente di oggi. Per quei giovani che, non comprando ormai più i cd, Battisti non l’hanno mai nemmeno potuto ascoltare in streaming, perché la vedova Grazia Letizia Veronese e il figlio Luca non autorizzano la diffusione della sua musica. Ora la parola è passata al Tribunale di Milano e forse presto potrebbero esserci positive novità. Sarebbe la celebrazione più autentica: il suo canto libero.

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