sabato 31 marzo 2018
Una suora sulle copertine d'America. Ha 98 anni, è l'assistente spirituale e l'anima della squadra del Loyola Chicago, storico ateneo gesuita tornato dopo 33 anni nelle Final Four del prestigioso NCAA
«Ora et Loyola», la storia di sorella Jean
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C’è un tempo per ogni cosa dice il libro biblico del Qoèlet. Questo è il tempo di scendere in campo e fare canestro. Il risultato conta fino a un certo punto. Comunque vada i Loyola Chicago il campionato dei college statunitensi (Ncaa) l’hanno già vinto. Basta guardare l’entusiasmo contagioso della tifosa numero uno della squadra, suor Jean, le cui immagini stanno facendo il giro del mondo. Sì che da questo torneo c’è sempre da aspettarsi di tutto, non per nulla il periodo in cui si svolge è stato ribattezzato March Madness (“Follia di Marzo”). Ma chi poteva prevedere che a prendersi tutte le copertine fosse quest’anno un’arzilla suora di 98 anni con sciarpa al collo da vera ultrà? Assistente spirituale dei giocatori, è il vero asso nella manica dei ragazzi dell’ateneo cattolico, capaci di raggiungere addirittura le Final Four del seguitissimo torneo americano.

Non accadeva da 33 anni: mai come in questo caso si può parlare di “miracolo” sportivo. Una squadra “benedetta” nella stessa città in cui i Bulls nel campionato professionistico hanno spopolato con il più grande giocatore di sempre, Michael Jordan. Eppure i Ramblers (girovaghi), la squadra di basket della Loyola University di Chicago, nella storia ci sono già entrati, se pur molti anni fa. Fondata nel 1870 e intitolata al fondatore della Compagnia di Gesù (sant’Ignazio di Loyola), l’università nel 1961 aveva rivoluzionato il mondo della pallacanestro statunitense schierando in campo quattro afroamericani in un’epoca in cui vigeva la regola non scritta di farne giocare al massimo tre. Nel 1963 conquistò persino il titolo Ncaa con quella formazione di giocatori neri. Una missione possibile anche oggi contro ogni pronostico della vigilia. Che poi sia ancora la squadra di un ateneo cattolico a farsi largo ormai non è più una novità. L’anno scorso a sfiorare l’apoteosi in finale sono stati i ragazzi della Gonzaga University, un altro college gesuita che porta il nome del giovanissimo santo dell’ordine ignaziano, Luigi Gonzaga. L’anno precedente a vincere il campionato era stata l’università agostiniana di Villanova, in Pennsylvania, secondo titolo dopo quello del 1985. Ma nell’albo d’oro spiccano anche i trionfi della University of San Francisco (1956 e 1957), della Marquette University di Milwaukee, (1977) o dell’ateneo di Geor- getown a Washington D.C. (1984) tutti college gesuiti. A conferma che le scuole cattoliche da queste parti si sono servite della pallacanestro come un grande strumento di evangelizzazione oltre che di educazione e integrazione.

Sulle 68 squadre che ogni anno raggiungono la fase finale (sulle 351 di partenza) gli atenei cattolici, pur con un numero di iscritti di gran lunga inferiore a quelli statali sono pronti sempre a dire la loro. Il bello di questo torneo è che l’eroe non sarà per forza un giocatore professionista, ma magari un futuro dottore o avvocato. Anche se, per la verità, la Ncaa ha perso molto della purezza delle origini. Negli ultimi anni è sempre al centro di scandali che hanno scomodato addirittura l’Fbi. Pagamenti in nero ai giocatori per accasarsi in questa o in quella università, procuratori sportivi assetati di denaro, sponsor che stringono contratti milionari: quello che dovrebbe essere un sistema dilettantistico da vivaio e preludio al professionismo ha generato un giro d’affari da capogiro alimentando corruzione e comportamenti immorali. Un vero peccato per un sistema invece storicamente lontano dal divismo dei singoli dell’Nba e più attento alla formazione umana e sportiva dei giocatori che in campo ha sempre esaltato l’essenza di questo sport: il gioco di squadra.

Ben venga allora il ciclone “Sister Jean” che porta una ventata di autenticità e simpatia a tutto il movimento. Un infortunio recente ha procurato alla suora una frattura all’anca che la costringe su una sedia a rotelle. Ma la “nonnina” da quando è stata dimessa dall’ospedale non ha perso una partita dei suoi ragazzi. La squadra di coach Moser ha anche buone individualità come Clayton Custer, ma fa del collettivo la propria forza. E la vera stella è proprio la sanguigna religiosa, leggenda vivente a Chicago. Sempre lì a bordocampo, vestita di oro e marrone come i colori della squadra, con i suoi 150 centimetri è il piccolo grande segreto del Loyola. Ma attenzione a considerarla solo una mascotte portafortuna. Sorella Jean Dolores Schmidt, classe 1919, nata a San Francisco, a pallacanestro ci ha giocato durante gli anni del liceo, abbracciando poi l’ordine delle Suore della Carità della Beata Vergine Maria nello Iowa dopo essersi diplomata. Assistente spirituale della squadra di Chicago da 24 anni, gli stessi giocatori le riconoscono oltre alla saggezza un’ottima competenza cestistica. Hanno rivelato che prima della partita nel mezzo di una preghiera da brividi è proprio lei a indicare ad ognuno i giocatori più pericolosi da tener d’occhio. «Dio buono e misericordioso» dice all’inizio di un rito pre-partita molto sentito: i giocatori abbassano il capo, si abbracciano, alcuni chiudono gli occhi. Sister Jean prega per tutti: «Benedici gli studenti, perché possano realizzarsi sui libri e sul campo; benedici gli allenatori, perché possano guidare la propria squadra al successo; benedici gli arbitri, perché possano avere precisione in decisioni cruciali per il gioco ». E ovviamente chiede a Dio di regalare una «sonora vittoria» ai suoi: «God bless us (Dio ci benedica). Go Ramblers. And amen».

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