giovedì 6 marzo 2014
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Pochi, scarsi e anche demotivati. È questa la sostanza della nazionale italiana decollata ieri verso i Mondiali indoor di atletica in Polonia. Rassegna iridata che per il mondo intero rappresenta l’appuntamento clou dell’anno, in estate niente Mondiali o Olimpiadi, solo gli Europei di Zurigo. Nazioni europee rinunciatarie, con l’Italia in primis a viaggiare con il freno a mano tirato, tanto da presentarsi al via in solo nove gare e con 12 atleti convocati. Nove donne, di cui 4 per la staffetta, e solo tre uomini. Nella storia azzurra dei Mondiali indoor il numero è sempre stato esiguo, ma la pochezza di questa rassegna è allarmante. Si pensava che i tempi con solo sette convocati come accadde a Maebashi nel ’99 oppure a Doha nel 2010 fossero alle spalle, invece l’Italia è al punto di partenza. Fassinotti, Cerutti e Dal Molin i nostri alfieri, il sogno di salire sul podio è pura eresia. Fa ancora più rabbia, però, sapere che uno come Giordano Benedetti, il nostro miglior ottocentista, senza rimorsi abbia rinunciato per preparare e concentrarsi esclusivamente sugli Europei estivi maltrattando la maglia azzurra. Ferme per infortunio la giovane Alessia Trost e la veterana Antonietta Di Martino, ci attacchiamo al neo recordman italiano Marco Fassinotti dall’alto del suo 2,34 metri. Cercherà gloria in una pedana piena di campioni. Ci affidiamo, così, al salto in alto ed è proprio la mitica Sara Simeoni a sintetizzare il pensiero di molti. «Fassinotti fino ad oggi ha fatto dei buoni risultati, sicuramente anche grazie alla sua esperienza di vita all’estero – afferma la campionessa olimpica di Mosca ’80 –. Se ha ottenuto il primato italiano significa che riesce ad allenarsi non in solitudine bensì con un gruppo di lavoro affiatato che può dare ogni giorno nuovi stimoli. Lo vidi in pedana già tre anni fa a Torino, gareggiava contro mio figlio. Aveva una determinazione particolare e oggi è ancora migliorato, frutto di tanto lavoro». Inevitabile che il pensiero della grande Sara vada alla sua ventennale carriera con tre medaglie olimpiche: «Mi allenavo sempre da sola, magari avessi avuto qualcuno che mi punzecchiava ogni momento. Forse avrei fatto ancora meglio, anche se i risultati già mi davano ragione. Avere un gruppo di lavoro di alto livello è fondamentale oggi. All’estero noi ci andavamo solo per brevi raduni prima di qualche gara indoor, anche se in pedana eravamo soli, non si socializzava. Unica maniera per crescere, per confrontarsi era sfidare le avversarie in gara, non si vedeva l’ora di affrontarle». Tempi che cambiano, oggi gli atleti scelgono le gare cercando di evitare il più possibile il confronto con le altre concorrenti: «C’era talmente tanta approssimazione che una volta mi capitò di essere invitata in Russia per un raduno e lì vi trovai solo lanciatori e ciclisti. Come sempre mi feci il mio raduno in solitudine. Ma all’estero impari ad adattarti e a cercare la soluzione per ogni cosa. Gli atleti crescono anche così e oggi vedo pochi disposti a farlo». Con le sue 72 maglie azzurre, per la Simeoni la Nazionale è un’istituzione: «Oggi i professionisti possono gestirsi meglio e hanno più possibilità di scegliere quali gare disputare. Di certo non mi sarei mai sognata di dire di no all’azzurro. È un’occasione da non perdere, un’esperienza di vita. Un piazzamento in un Mondiale è un obiettivo prioritario nella carriera di qualsiasi atleta. Mi spiace vedere che solo in 12 ci hanno creduto». Parole importanti che suonano come un rimprovero da chi sa cosa vuol dire la fatica fisica e mentale di chi ha vissuto la pressione delle gare, le trasferte e migliaia di viaggi. «Certo è difficile gestire una doppia periodizzazione nell’anno. È giusto ogni tanto dare respiro, però da qui agli Europei di agosto ci sono poi altri cinque mesi. Io stessa sono andata a fare gare in giro per l’Europa anche se non stavo bene. Però ho sempre cercato di tirar fuori la sorpresa dal cilindro e non mi sono mai voluta sottrarre a un confronto».
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