venerdì 1 aprile 2016
Shakespeare riletto nel “Preamleto”, una pièce tra mafia e Alzheimer
Quali erano le pulsioni primordiali sociali e familiari che precedevano e hanno dato vita e forma all’opera più celebre e universale di Shakespeare? Deve essersi posto questa domanda Michele Santeramo prima di elaborare il suo Preamleto.  Le risposte che si è dato lo hanno portato a scrivere un testo che, se da un lato racconta cosa succede prima della tragedia, prima della morte del re Amleto padre, prima che diventi lo spirito inquieto e lugubre che si aggira sulle torri del castello di Elsinore per invitare il giovane figlio a vendicare il suo assassinio, dall’altro proietta e scaraventa la storia e i personaggi della tragedia shakespeariana dal XVI al XXI secolo, ambientandoli in una realtà contemporanea, in un claustrofobico bunker di cemento armato in cui il Re è vivo, seppur malato di Alzheimer, ha perso la memoria, non ancora il potere che ormai mostra profonde crepe; si intuisce il suo curriculum di temuto, venerato e spietato padrino mafioso che ora però, divenuto uno smemorato, infantile e spensierato “fool”, suscita ilarità e sorrisi di tenerezza.  Intorno a lui, nel giorno del suo compleanno, i soliti noti: il fratello Claudio, avido ma pavido e amleticamente incapace di spodestare l’anziano boss; una Gertrude complessa, molto Lady Macbeth, poco madre, lasciva col cognato, dilaniata dalla passione per il potere e insofferente al ruolo di badante di un marito di cui non sopporta la malattia; il consigliere del Re, un Polonio macchietta comica tristemente realistica e aderente alla figura di tanti viscidi lacchè; e infine il giovane e impulsivo Amleto, che pretende e si illude di difendere memoria e onore paterni avocando su di sé il comando e la guida.  Potere, egoismi, lussuria, soprusi, questi dunque sono gli impulsi che ribollivano nel magma familiare e sociale pre-amletico secondo la visione di Santeramo, il quale però sviluppa una sorta di “anti-Amleto”: creando un abissale vortice meta- teatrale in cui i piani morte-vita, vero-falso si fondono e confondono permette che sia proprio il vecchio Re, disorientato dalle amnesie, ma ben orientato verso un obiettivo salvifico, a suggerire e indicare una via d’uscita alla spirale di violenza a cui i personaggi sembrano destinati. Invita pertanto moglie e fratello a inscenare la sua morte e a far credere al figlio che in sua colpevole assenza sia stato vittima di un vile omicidio; si mostrerà poi al giovane Amleto come fosse un fantasma con Claudio, Gertrude e Polonio che reggeranno il gioco e fingeranno di non vederlo. Risultato apparente: il figlio convinto di delirare e in preda ai sensi di colpa abbandona ogni velleità di comando e Claudio e Gertrude saranno i nuovi leader felici e contenti.  Effetti collaterali e reali: la neo-coppia sarà obbligata alla «peggiore delle condanne: vivere comandando» e al giovane Amleto invece sarà offerta un’inusitata opportunità, quella di «buttar via la parte peggiore di sé e di vivere più puro con l’altra metà». Ma il ribaltamento dell’originale dramma elisabettiano diventa totale con l’accorato e reiterato appello che l’apparente spettro rivolge nel finale al figlio: non più il «ricordati di me» bensì il «non vendicare mai la mia morte… Non vendicarmi mai!». Il resto non è silenzio ma la beffarda risata con cui Amleto figlio, fuggendo, seppellisce mamma e zio immortalati nelle loro schiavitù mondane. Dopo di che applausi convinti in questa prima al Teatro Argentina di Roma per tutti: per i superbi Massimo Foschi (Re Amleto) e Manuela Mandracchia (Gertrude), per i convincenti e incisivi Michele Sinisi (Claudio), Gianni D’Addario (Polonio) e Matteo Sintucci (Amleto figlio), per le luci di Gianni Staropoli e per l’equilibrata e sapiente regia di Veronica Cruciani.
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