Cinema. Amelio, tenera è la solitudine


Alessandra De Luca venerdì 21 aprile 2017
Domani a Bari verrà presentato il nuovo film del regista calabrese: "Anche papa Francesco ha parlato della necessità delle tenerezza come gesto di libertà".
La locandina del film "La tenerezza" di Gianni Amelio

La locandina del film "La tenerezza" di Gianni Amelio

La paura di non essere amati, ma soprattutto quella di non saper amare nel modo giusto. La forza e la fragilità di sentimenti, spesso irrazionali, crudeli, misteriosi che ci mettono in guerra con gli altri e con noi stessi. Sono questi i temi intorno ai quali ruota La tenerezza di Gianni Amelio, liberamente ispirato al romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone, che chiamato al aprire di Bif&st di Bari sabato 22 aprile, arriverà nelle nostre sale martedì 24. Ambientato in una Napoli borghese e benestante, dove allegria e violenza si confondono quotidianamente per le strade caotiche e rumorose del centro storico e dietro le facciate dei sontuosi palazzi signorili, il film è incentrato sul personaggio di Lorenzo (Renato Carpentieri, già diretto 27 anni fa in Porte aperte) settantenne ex avvocato “azzecca-garbugli”, vedovo, egoista, scorbutico, incapace di manifestare le proprie emozioni, insofferente all’affetto e alla sollecitudine dei figli Saverio (Arturo Muselli) ed Elena (Giovanna Mezzogiorno), che sente di non amare e che allontana. Ma se il primo se ne infischia, tutto preso dai propri risentimenti e dall’imminente apertura del suo locale, la seconda, forte e autonoma, ne soffre. Il silenzio tra i due è affollato dai fantasmi del passato, avvelenato da un oscuro sospetto legato alla morte della moglie di Lorenzo, che lui non amava.

L’uomo però adora il nipotino Francesco, che di tanto in tanto preleva da scuola nel bel mezzo delle lezioni per impartirgli i suoi personali insegnamenti. Le cose sembrano cambiare quando nell’appartamento di fronte al suo viene ad abitare una giovane coppia con due bambini. Lui (Elio Germano), ingegnere navale, viene dal nord-est e nei suoi occhi spaesati brucia spesso una grande inquietudine. Lei (Michaela Ramazzotti), senza radici, possiede una leggerezza e una dolcezza capaci di sgretolare qualunque barriera. Lorenzo sembra rinascere e tornare all’allegria perduta, diventa uno di famiglia, passa più tempo da loro nel suo appartamento fino a quando una sera, tornano a casa per cenare dai vicini, scopre che qualcosa di terribile e irrimediabile è accaduto nel suo palazzo. A disagio nella propria pelle, anima lacerata, travolto da un così tragico evento, Lorenzo cerca di comprendere le ragioni che lo hanno spinto a diventare l’uomo che è, scoprendo che per la tenerezza non è mai troppo tardi, come dimostra anche la scena finale del film, ricca di speranza e di dolci promesse. «La tenerezza non è facilmente definibile – dice Amelio – è un sentimento, un gesto. Il titolo mi è venuto in mente pensando alla testardaggine con cui una figlia cerca il padre. Anche papa Francesco ha parlato della necessità della tenerezza come gesto di libertà: in tempi come questi ci serve per scacciare l’ansia, l’angoscia in un mondo fatto di trappole e inganni dove siamo prigionieri dell’inatteso. Nel personaggio di Lorenzo arriva finalmente la consapevolezza e il coraggio della tenerezza».

Rielaborando in maniera molto personale la materia letteraria di partenza, Amelio torna dunque a riflettere sul rapporto tra padri e figli, scegliendo per la prima volta un protagonista suo coetaneo e aggiungendo un tassello importante al racconto di sé. Non si tratta ovviamente di un film autobiografico, ma di una storia però che consente al “ragazzo di Calabria” di riflettere sul difficile dialogo tra generazioni e di fare i conti con la sua esperienza di figlio (suo padre viveva lontano, in Argentina), oltre che di genitore (adottivo). «A Lorenzo ho assegnato quella sorta di rifiuto dell’età che avanza e che si manifesta nell’insofferenza verso le persone che ti amano e si preoccupano per te. Anche io qualche volta reagisco con fastidio quando mio figlio mi chiede se mi sono ricordato di prendere le medicine». Se ascolterete bene la canzone dei titoli di testa Mia Fora Thymamai che la greca Arleta cantava negli anni Sessanta, scoprirete che La tenerezza, forse il film più inafferrabile e inquieto di Amelio, ha lo stesso fascino poco orecchiabile di quella melodia, non facilmente accessibile, ma capace di schiudere le porte di un mondo misterioso, poetico, che il regista tratteggia con lo stile che caratterizza i suoi film più intimi e che racconta seguendo percorsi tutt’altro che scontati. Dicono gli attori: «Raccontiamo degli esseri soli, che ritrovano la necessità di rivolgersi a quella parte di sé che hanno sotterrato e che oggi non è di moda». «La tenerezza è la medicina dell’amore, ma ci vuole una grande forza per esprimerla. E la tenerezza non è solo destinata alla persona che ami, ma anche alla vita stessa, si esprime nel modo di parlare agli altri, nel rapporto con le cose. La mano che ti tocca è una mano che ti guarisce, ma è un gesto molto difficile da compiere».

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