Ambiente. Quando gli alci sostituiscono le foche


Luigi Bignami sabato 24 giugno 2017
L’innalzamento delle temperature induce varie specie animali e vegetali a spostare i loro normali areali di distribuzione.
Quando gli alci sostituiscono le foche

Gli alci, che avevano il loro habitat in Alaska, sono stati tra i primi animali a spostarsi verso latitudini più elevate in seguito ai cambiamenti climatici. Furono richiamate oltre il circolo polare artico da alcuni alberi, come i salici e gli ontani, che nell’arco di pochi decenni avevano aumentato la loro altezza da una media di ottanta centimetri a oltre centottanta centimetri, diventando così ghiotto cibo per quegli animali. Con gli alci si fecero avanti anche le 'lepri scarpe da neve' (Lepus americanus), così chiamate perché il pelo, corto e folto, ricopre anche le piante dei piedi permettendo loro di non affondare nella neve e di isolare termicamente le zampe.

Oggi gli alci e le lepri scarpe da neve sono diventate parte essenziale della dieta dei cacciatori del nord dell’Alaska, anche perché lo scioglimento dei ghiacci marini ha reso sempre più difficile la caccia alle foche, un tempo cibo tradizionale. Questo è solo un esempio di ciò che stanno causando i cambiamenti climatici in atto: mentre la temperatura del pianeta sale, le specie viventi si spostano là dove trovano ambienti più adatti alla loro sopravvivenza. Generalmente si muovono più a nord del pianeta e, a parità di latitudine, verso quote più alte. Questo ha già alterato i comportamenti e la vita di alcune società, ha scatenato nuovi rischi di malattie e sta mutando il modo col quale venivano sfruttati i mari e le terre.

Spiega Gretta Pecl, autrice di un lavoro da poco apparso sulla rivista scientifica Science: «È in atto una vera e propria ridistribuzione delle specie viventi dell’intero pianeta e i cambiamenti sono già molto evidenti». La malaria, ad esempio, ha raggiunto quote mai toccate in Colombia e in Etiopia, grazie al fatto che la temperatura permette alle zanzare di sopravvivere ad altitudini più elevate. La leishmaniosi trasmessa dai flebotomi, noti anche come pappataci, una volta colpiva solo le aree tropicali, oggi è arrivata nel Texas settentrionale. Anche l’agricoltura ne risente pesantemente, per- ché i parassiti stanno espandendo i loro territori. Le falene Diamondback, sempre più resistenti agli insetticidi, che devastano cavoli e cavolfiori, sono arrivate in Sudafrica dove solo pochi decenni or sono non se ne conosceva l’esistenza. Funghi e parassiti della pianta del caffè si stanno diffondendo in America Latina, in aree dove non erano mai arrivati, minacciando una settore chiave dell’economia. Lo stesso sta accadendo in Francia per gli ulivi e le viti. E negli Stati Uniti i ricercatori sospettano che i cambiamenti climatici abbiano diffuso molto rapidamente l’erba di Johnson, una pianta infestante che riduce fortemente i rendimenti dei legumi, del mais, del sorgo e della soia. E ancora: lo scongelamento del permafrost (il suolo permanentemente ghiacciato che si trova a nord del mondo) sta facendo scomparire un gran numero di laghi che i nomadi siberiani utilizzavano per pescare e dare acqua alle renne. In Svezia numerosi laghi e corsi d’acqua utilizzati come fonte di acqua potabile sono ora contaminati dal parassita che causa la giardiasi, una malattia intestinale dell’uomo.

Secondo Maria Furberg, una ricercatrice che sta rintracciando i focolai della ma-lattia, sembra che il parassita sia stato portato dai castori che seguono l’espansione verso nord dei salici. In casi sporadici gli spostamenti di specie animali sono un elemento benefico per alcune popolazioni: gli sgombri ad esempio, si sono spostati così a nord e ora vengono normalmente pescati dalle flotte islandesi che un tempo invece, li catturavano casualmente. «Ma aldilà delle ricadute nel bene e (soprattutto) nel male, il fatto è che quel che sta accadendo è incredibilmente sorprendente in quanto è in atto il più grande cambiamento dei sistemi ambientali che il mondo ha visto in milioni di anni a questa parte», sottolinea Pecl. I numeri parlano chiaro: uno studio su 4000 specie presenti del nostro pianeta dimostra che circa la metà sono in movimento. Quelle che vivono sulla terraferma si muovono a una media di circa 15 km per decennio, mentre le specie marine si spostano ad una velocità quattro volte superiore. Alcune singole specie poi, si trasferiscono a velocità incredibili: secondo una ricerca condotta da Camille Parmesan, dell’Università di Plymouth (Regno Unito) il merluzzo bianco e la farfalla Iride o Apatura si sono spostati verso nord a una velocità di oltre 200 chilometri al decennio. È difficile prevedere cosa succederà in futuro. Non tutte le specie infatti, si spostano allo stesso ritmo e non tutte rispondono al medesimo modo ai cambiamenti climatici. In California per esempio, alcune piante di montagna come la cicuta, stanno occupando nuove aree a quote più basse, dove le temperature sono più calde e dove i cambiamenti climatici portano maggiori precipitazioni nelle valli che un tempo erano asciutte.

Ancora tutta da capire è la conseguenza della nascita di nuove specie ibride, in particolare riguardo a rospi, squali, farfalle, orsi e trote, risultato di razze diverse che sono venute a contatto. Altre invece, sono minacciate dal dipanarsi delle relazioni ecologiche. Un esempio è ciò che subisce il piovanello maggiore (Calidris canutus), un uccello che migra dai tropici all’Artide ogni primavera per riprodursi e qui si nutre di insetti. Poiché le nevi artiche si fondono sempre prima le uova degli insetti si schiudono in anticipo rispetto all’arrivo degli uccelli che rimangono così senza il loro cibo primario. Allo stesso modo nella Groenlandia occidentale il tasso di mortalità dei giovani caribù è in aumento perché le piante di cui si nutrono le madri durante il periodo di gestazione sono sempre meno abbondanti.

© Riproduzione riservata