lunedì 1 gennaio 2018
Prima di dirigere il Tg1 in Rai, aveva lavorato anche all'"Avvenire d'Italia" di Bologna. I funerali si terranno domani, mercoledì 3 gennaio alle 11.30, a Roma, nella chiesa di San Roberto Bellarmino
(Foto Ansa)

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Giornalista di razza certo, attento osservatore anche dei fatti che riguardavano la Chiesa nel mondo, direttore dal volto umano, ma soprattutto un autentico «patriarca» per tutte le generazioni di giornalisti del Tg1 che lo ebbero come fidato timoniere per ben tre volte (1982-87; 1993; 2000-2002) – un record ancora imbattuto – alla guida dell’ammiraglia dell’informazione della Rai. È la storia e la trama della vita del mantovano Albino Longhi, classe 1929 spentosi ieri nella sua città d’adozione: Roma.



Un personaggio Longhi che ha fatto parte di quella generazione all’interno della Rai una schiera di giornalisti di ispirazione cattolica dei “Dc purosangue” che resero grande anche per l’impronta laica impressa il servizio pubblico: da Emilio Rossi a Vittorio Citterich fino a Ettore Bernabei.

Ma la sua carriera di giornalista, non solo in Rai, è stata molto lunga. Ha iniziato la sua esperienza alla Sicilia del Popolo di Palermo, dove è rimasto dal 1951 al 1961, fino a diventare redattore capo. Sono gli stessi anni in cui Longhi conosce da vicino il cardinale di Palermo, mantovano come lui, Ernesto Ruffini. «Appartenevo a quel piccolo drappello di mantovani – confidò una volta a chi scrive – sbarcato in Sicilia proprio negli anni dell’epsicopato ruffiniano...». Successivamente il passaggio a Bologna all’Avvenire d’Italia (’61-’67): un’esperienza cruciale per Longhi che assieme a Raniero La Valle e Giancarlo Zizola vivrà all’interno del quotidiano cattolico tutte le novità e lo spirito del Vaticano II e del magistero profetico del cardinale Giacomo Lercaro.

Nel 1968 vi è il passaggio al Gazzettino di Venezia. Nel 1969 è assunto alla Rai come redattore capo. Diventa direttore della sede di Palermo nel 1973, nel ’78 viene nominato responsabile della struttura Informazioni e dati per il consiglio del Cda, nomina che nel 1982 viene affiancata a quella di direttore ad interim della sede regionale del Friuli Venezia Giulia.

Ma certamente lo spezzone più rilevante della biografia di Longhi è stata la sua guida del Tg1 richiamato spesso come “uomo della provvidenza” dopo le burrascose dimissioni di giornalisti del rango di Bruno Vespa e Gad Lerner. Tra i suoi grandi meriti alla guida del Tg1 – direzione definita «esemplare» da Mattarella nel suo messaggio di cordoglio – Longhi nell’ 86, porta Enzo Biagi e la sua “Linea diretta”, primo esempio di striscia quotidiana di informazione. La redazione non digerisce Biagi, Longhi lo difende con ogni mezzo. Biagi lo ripaga intervistando Gheddafi in una caserma-bunker a Tripoli: uno scoop che piace a molti, meno che al direttore generale Agnes. Se il servizio va in onda è soprattutto per volontà di Longhi.

Nella sua lunga carriera «il mio tredicesimo incarico» è stato anche direttore dell’Arena di Verona (1993-1995) e membro dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana).

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