mercoledì 5 maggio 2010
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Leggendo i romanzi americani più recenti non si può fare a meno di sentirsi frodati. La frode non ha a che fare con il contenuto, che può essere in perfetta buona fede. Essa sta piuttosto nella stessa pretesa di narrare. Tutti questi romanzi sembrano dire implicitamente: no, non è ancora tutto uguale, non tutto è dominato dal monopolio, ma soprattutto: è ancora possibile compiere esperienze. Persino nelle storie di Wright sulle atrocità compiute ai danni dei neri c’è qualcosa della pretesa di poter ancora raccontare in modo epico, come se uno fosse Johann Peter Hebel. Il concetto della pseudoindividualizzazione, vale a dire il mascheramento della standardizzazione per mezzo dell’apparenza del particolare, è caratteristico di tutta la prosa americana recente. Questa forma di inganno emerge con particolare chiarezza in certi prodotti della letteratura di consumo, come il romanzo giallo, dove è evidente che gli elementi concreti servono soltanto di facciata. Anche in generale, tuttavia, la miseria dei lavoratori sradicati in viaggio verso la California serve solo a nascondere quella dei drugstores, delle cafeterias e delle pompe di benzina di New York. Il concetto di esperienza di Benjamin si riferisce al particolare, e si potrebbe quasi definire lo sforzo che anima la sua intera filosofia come un tentativo di portare in salvo il particolare. Il tratto scandaloso dell’America è che proprio qui, dove l’universale ha completamente distrutto il particolare, e dove la ripetizione del sempre uguale prende il posto dell’esperienza, si tenta di rappresentare il particolare come qualcosa che sopravvive ancora. Fondamentalmente gli Americani non fanno che gridare ai quattro venti quello che poi obiettano ai miei studi: non si può generalizzare. In verità, però, sono loro ad avere ampiamente generalizzato. La distruzione dell’esperienza da parte dell’universale, rispetto al quale il singolo funge da mero esemplare, non è altro che l’universalità del dominio sociale, intollerante di ogni residuo che non sia determinato dall’alto a partire dal suo concetto, cioè dalla sua categoria economica. I fenomeni che Benjamin chiamava decadenza dell’aura e distruzione dell’esperienza sono essenzialmente lo stesso che il principio sociale della totalità. Tale principio si è imposto nelle forme della coscienza molto prima che nella realtà politica, denunciando l’impotenza di ciò che è irripetibile e particolare, già prima che esso risultasse del tutto neutralizzato sul piano economico e politico. Benjamin ha sostenuto che l’aura fosse legata allo hic et nunc del particolare. Lo stesso vale però per ciò che può essere narrato. Dove lo hic et nunc è diventato fungibile il diritto di narrare è decaduto. Questo è il principale motivo per cui il linguaggio in sostanza non esiste più, e per cui non è più possibile dire nulla. Il fatto è che il linguaggio continua a far valere a partire da se stesso quella pretesa di narrare che il mondo non esaudisce più. Quello che non si può raccontare, però, non si può neanche esperire. L’esperienza è il sussistere della non-identità. Al giorno d’oggi, però, l’esperienza ferita è il rifugio dell’ideologia, che maschera con false apparenze qualcosa che sarebbe altrimenti impossibile sopportare, e in questo modo contribuisce a perpetuare l’esistenza dell’insopportabile. Forse è questa l’unica vera obiezione da muovere a Knut Hamsun: tiene fermo il gesto dell’esperienza di fronte a una realtà fattasi estranea all’esperienza. Hamsun è il padre di quegli infausti vecchi saggi della radio americana che distribuiscono consigli agli uomini del Far West pescando nel tesoro della loro lunga vita, ma solo allo scopo di indurre i bambini in ascolto a comprare una certa marca di fiocchi d’avena per la colazione. Se la pubblicità ha distrutto l’esperienza, al tempo stesso essa ha fatto dell’esperienza una mera trovata pubblicitaria.
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