martedì 6 settembre 2016
​Un film-intervista che è l’occasione per addentrarsi nella mente e nella poetica di uno degli autori più amati e importanti del nostro cinema.
«E venne l’uomo». In dialogo con Ermanno Olmi
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Il primo nome, quello di Alice Rohrwacher, salta fuori subito. Ma quando si tratta di nominare l’altro giovane cineasta al quale va la sua stima, Ermanno Olmi ha un momento di indecisione. «Michelangelo Frammartino?», ipotizza l’intervistatore Federico Pontiggia. Sì, è lui. «Ma come hai fatto a entrarmi in testa?», controinterroga il maestro. È uno dei momenti più lievi e insieme rivelatori di E venne l’uomo, il film-intervista che lo stesso Pontiggia ha realizzato in collaborazione con il regista Alessandro Bignami. Prodotto da Rai Movie, il documentario è presente nella sezione “Venezia Classici” della Mostra (prima proiezione giovedì 8 settembre in Sala Volpi, ore 17.15; poi sabato 10 settembre, ore 15.45) ed è davvero un’occasione per addentrarsi nella mente e nella poetica di uno degli autori più amati e importanti del nostro cinema.  A dispetto della disparità anagrafica (Olmi ha compiuto 85 anni lo scorso 24 luglio; Pontiggia, classe 1978, è molto attivo come critico anche sulla Rivista del Cinematografo), quello proposto da E venne  l’uomo è in effetti un dialogo tra due gioventù accidentalmente disposte su assi temporali diversi. Non solo per il tono sorridente e quasi fanciullesco di molti interventi di Olmi, che pure con i bambini ha sempre intrattenuto un rapporto specialissimo, come testimoniano nel documentario gli spezzoni provenienti dal casting dell’Albero degli zoccoli o dal set di Cantando dietro i paraventi («Ma chi è quello lì? Cerca di guardare sotto i capelli, vieni avanti... », suggerisce il regista a un piccolo attore orientale).  Sempre giovani, e sempre ricorrenti, sono infatti molte delle questioni affrontate nell’intervista, che ha come ambientazione la casa- rifugio sui boschi dell’altopiano di Asiago nella quale il regista si è da tempo stabilito. Prendiamo le difficoltà in cui si dibatte il cinema non commerciale. Un Olmi di repertorio ricapitola i termini del problema, ma a fargli eco è l’Olmi di oggi, che in poche battute rievoca le umiliazioni patite da Federico Fellini negli ultimi anni della sua vita. Di Leonardo, argomenta, metteremmo in un museo anche uno scarabocchio: allo stesso modo a Fellini doveva essere permesso di girare un altro film, indipendentemente dalla riuscita.  Anche nei progetti di Olmi ci sarebbe, in effetti, un nuovo lungometraggio. «Di finzione», lo definisce Pontiggia, correggendosi subito dopo. Il paese che cammina – questo il titolo – si ispira a una vicenda reale, quella del villaggio friulano emigrato in blocco nel 1880 alla volta della Nuova Caledonia, remoto arcipelago del Pacifico che avrebbe dovuto ospitare un’utopistica New Italy. «Io non ce la farò a girarlo, sarebbe impossibile », ammette Olmi, che però pronuncia una sorta di investitura nei confronti di Maurizio Zaccaro, un «giovane amico» che, con i suoi 64 anni, sta in posizione intermedia fra lo stesso Olmi e Pontiggia. Sia che si parli della personalissima religiosità del regista (nella Chiesa, secondo lui, c’è ancora troppo sfarzo), sia che si ricostruiscano le fasi della sua tecnica-non-tecnica (un film, spiega, è come un’orchestra: una volta servono i violini, un’altra ci vuole il tamburo), il discorso ritorna sempre lì, allo sguardo incontaminato ed entusiasta della gioventù. «Io mi auguro di appartenere sempre al movimento dei giovani registi», auspica un Olmi degli anni Sessanta in un filmato collocato al termine di E venne un uomo. A proposito: il richiamo a E venne un uomo, la celebre biografia di Giovanni XXIII realizzata da Olmi nel 1965, è evidente, ma contiene una correzione fondamentale. «L’articolo indeterminativo rivela un equivoco – dice il regista –. Possono essere tanti uomini, quindi l’umanità. Allora è meglio che diciamo E venne l’uomo ».
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