mercoledì 11 agosto 2021
Don De Marco tratteggia in un libro un nuovo stile di viaggio, fondato «sulla bellezza, lo stupore e la comunità». Quasi un ossimoro, nel tempo limitato che viviamo, ma è la strada da cui ripartire
Cicloturismo sui monti Sibillini, in Umbria, vicino a Castelluccio di Norcia

Cicloturismo sui monti Sibillini, in Umbria, vicino a Castelluccio di Norcia

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«Il turismo? Conviviale, declinazione al futuro, perché profetica, di quello che fino ad oggi è stato il turismo religioso». Don Gionatan De Marco, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, traccia la rotta di un nuovo modello, una nuova definizione di turismo, superando o ampliando il concetto di religioso. «Il turismo non è religioso solo perché si realizza nel o con il patrimonio culturale ecclesiale. Non è religioso solo perché si accompagna con un pellegrinaggio o delle celebrazioni. Ma è religioso perché pone la persona al centro. Ecco perché 'conviviale'».

Temi e riflessioni che De Marco – fino a domenica scorsa a Tokyo come cappellano della squadra italiana olimpica (sul sito di Avvenire le sue quotidiane «Lettere da Tokyo») – propone in un volume intitolato proprio Il turismo conviviale ( Armando editore, pagine 320, euro 25,00), con un sottotitolo di tre parole che ne definiscono meravigliosamente il senso: « Bellezza, stupore e comunità». Parlare di turismo conviviale, può apparire quasi un ossimoro rispetto al tempo che abbiamo vissuto e in parte viviamo, senza intravederne purtroppo ancora una fine. Abituati a un mondo piccolissimo a portata di un giro d’aereo, ci siamo ritrovati a terra, fermi, appesi acrobaticamente ai colori delle regioni, a contare i commensali a tavola e ora a muoverci con un nuovo passaporto, il «green pass». Un altro mondo. In questo contesto sembra già strano parlare di turismo, figuriamoci se “conviviale”.

Eppure da qui forse si può ripartire. Anzi può essere persino “liberatorio”. Per ricominciare con un altro passo. Più meditato e profondo. E con il sorriso. Consapevoli della necessità di un nuovo modo di viaggiare che la pandemia ha in qualche modo imposto, aprendoci nel contempo gli occhi su tante criticità del turismo di massa e della globalizzazione. Quel turismo fatto di tanti mordi e fuggi, senza una vera meta, senza una bussola, dimenticando il senso e il valore dell’andare, del cammino, della scoperta, della bellezza, della sosta, dell’incontro con l’altro, del tempo.

L’ufficio pastorale della Cei in maniera lungimirante ha proposto queste riflessioni già da anni con varie iniziative, sul fronte di Cammini o dei Santuari, e con i Simposi sul turismo religioso ed euromediterraneo. Lanciando un percorso partecipativo e concertato fra tutti gli attori del mondo del turismo, enti istituzionali, esperti e accademici per individuare una nuova definizione di turismo, delinearne modelli, generare esperienze, attivare prassi di economia della bellezza. Il volume – che rientra nella neonata collana “Turismi e territori dell’ospitalità” frutto della collaborazione fra l’Università Tor Vergata e Armando editore – raccoglie il lavoro emerso nelle diverse sessioni dei Simposi che si sono svolti con il coordinamento del geografo dell’università romana, Simone Bozzato.

Un percorso che nasce dalle riflessioni e dalle domande che De Marco pone in apertura del testo, dopo la presentazione del segretario generale della Cei, Stefano Russo. «Le nostre – scrive don Gionatan – sono sempre più corse affannose, spesso senza traguardi. Siamo pellegrini, ma senza santuari che come mete orientino il cammino. Camminiamo sull’asfalto bollente, e il nero del bitume cancella i nostri passi. Forzati dal dover camminare, ci manca nella bisaccia di viandanti la bussola che dia senso ai nostri itinerari di viandanti. E con tutti i raccordi anulari che abbiamo a disposizione, la nostra vita non si raccorda con nessuno svincolo felice, le ruote girano a mille sugli anelli dell’assurdo, e ci ritroviamo inesorabilmente a contemplare gli stessi scenari incolore. Come fare perché i nostri cammini tornino ad essere luoghi di convivialità e non nastri isolanti entro cui assicuriamo la nostra tranquillità da solitari? Come fare perché ciascuno, più che sulle mappe della geografia, cerchi sulle tavole della storia le carovaniere dei propri pellegrinaggi?».

Le risposte sono in un turismo diverso, «conviviale», dove la convivialità non è un vocabolo, ma un vocabolario che rimanda ad altre parole: bellezza, stupore, comunità... Un modello di vita che vale per tutto, per il nostro abitare la società in una proiezione di bene comune. Il sociologo francese Alain Caillé – uno dei paladini dell’economia gentile e della decrescita felice con Serge Latouche e Jacques Godebout – ne ha fatto, non a caso, un «manifesto» ad hoc. Nella declinazione di De Marco la «convivialità» è l’opportunità di una nuova comunità, che sa «andare avanti, camminare, viaggiare, ma anche fermarsi e guardare la vita»: «Una nuova declinazione di evangelizzazione e speranza per la Chiesa e un’enorme riserva di valore per l’Italia e per gli italiani di oggi e di domani». Uno stile di stare al mondo e vivere le nostre città. Viaggiatori e cittadini pensanti. E non turisti per caso.

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