sabato 7 ottobre 2017
Il critico cinematografico: «Se vogliamo che il cinema diventi parte della cultura scolastica dei ragazzi dobbiamo capire che cosa i ragazzi sanno e capiscono del cinema»
Paolo Mereghetti

Paolo Mereghetti

COMMENTA E CONDIVIDI

Vladimir Majakovskij sosteneva che «il cinema è la logica conclusione di tutte le arti». A scuola i nostri allievi studiano le arti ma il cinema ancora no. Recentemente Carlo Verdone, sulle colonne di "Avvenire", ha riproposto la questione del cinema come “materia obbligatoria a scuola”. «Non conoscere Fellini, Visconti, De Santis, Germi, Zurlini, Petri, Comencini, Lattuada? – commenta Paolo Mereghetti, noto studioso e critico cinematografico del “Corriere della Sera”, e autore di fortunati Dizionari dei Film – Un terribile vuoto culturale».

Come mai in Francia già nel 1911 si introduceva l’uso del cinema nei licei e dal secondo dopoguerra l’insegnamento della stessa disciplina, mentre in Italia siamo ancora al cineforum, per di più occasionale e facoltativo?

«Immagino che la risposta a questa domanda vada cercata nella forte presenza della cultura idealistica in Italia (soprattutto crociana) che di fatto privilegiava lo studio delle materie umanistiche e, contemporaneamente, nella politica culturale del Fascismo che cercava di legittimarsi culturalmente appoggiandosi a quella tradizione. Senza dimenticare che nel nostro Paese il dibattito sulla “autonomia artistica” del cinema prese forma molto più tardi che in Francia»

A chi affiderebbe l’insegnamento della storia e critica del film?

«Facile rispondere: a delle persone competenti. Il problema è che bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa vuol dire “competenza” perché se è indubbio che chi insegna cinema nelle scuole deve conoscere la storia del cinema e sappia leggere il linguaggio delle immagini in maniera non superficiale, così da usare i film non solo come stimolo per la discussione o l’approfondimento di un argomento extra-cinematografico, è altresì fondamentale che l’insegnante sia in possesso di capacità pedagogiche e didattiche che esulano dalla pura conoscenza del cinema. Il rischio, altrimenti, è quello di inculcare nei ragazzi qualche astratto concetto senza saper entrare davvero in comunicazione e soprattutto in sintonia con la loro intelligenza e sensibilità. E senza tener conto di che tipo di cultura visiva i ragazzi possiedono. Se vogliamo che il cinema diventi parte della loro cultura dobbiamo capire che cosa i ragazzi sanno e capiscono del cinema, che magari identificano con i videogiochi o le webserie o più semplicemente con gli sceneggiati e le serie viste in televisione, per poi approntare un percorso che da lì sappia farli crescere».

Secondo un recente studio i giovani tra i 20 e i 35 anni vanno al cinema una volta ogni 15 giorni. Cosa ne pensa?

«Non credo che siano solo i giovani che stanno perdendo l’abitudine e la bellezza della visione del cinema in sala: è un problema che riguarda anche le generazioni più mature. Per questo l’insegnamento del cinema a scuola dovrà occuparsi anche di dimostrare come vedere un film in sala sia diverso dal vederlo su un televisore o sullo schermo di un computer, per grande che sia. Impossibile pensare che le lezioni si svolgano solo nei cinema, ma quello delle diverse reazioni psicologiche di fronte ai diversi tipi di proiezione è un problema fondamentale e che non va dimenticato».

Alcuni psicologi sostengono che i giovani non amino più il formato lungometraggio, ossia una storia che inizi e finisca, ma siano divenuti “dipendenti” di storie infinite, ossia delle serie tv, in quanto cercano certezze e sicurezza dai loro idoli…

«Non saprei rispondere, ma mi sembra una intuizione molto discutibile. Per la piccola esperienza che posso avere, direi piuttosto che i giovani sono “dipendenti” da formati opposti, corti o ultracorti. La loro soglia di attenzione cede facilmente e spesso non sembrano capaci di accettare il fluire più lento della narrazione cinematografica, che chiede un’attenzione e una capacità di collegare le varie informazioni più complessa di quella che pretendono i corti e, tutto sommato, anche le serie, che per la natura del mezzo televisivo sono costrette ad offrire informazioni semplici e di immediata lettura».

In cosa il cinema aiuterebbe, secondo lei, la crescita e la formazione dell’allievo nella fascia d’età 13-18?

«Li aprirebbe verso esperienze emotive e narrative che altrimenti non sperimenterebbero mai, e che sono le stesse che potrebbero provare se leggessero i grandi romanzieri del Sette e Ottocento – Stendhal, Dickens, Hugo, Austen, Melville, Manzoni – e che nessuno o quasi più legge. Oltre naturalmente a imparare a giudicare le immagini e i messaggi che veicolano in maniera non superficiale».

Lei ha avuto esperienza di cineforum e/o di studio del cinema a scuola? Che ricordo ne ha? «Ho fatto la maturità nel 1968: sono troppo vecchio per aver avuto esperienze di questo tipo. Ho cominciato a frequentare i cineforum solo all’università».

Le è capitato da critico di cinema tenere un corso o animare un cineforum in una scuola? Come ha reagito il suo pubblico?

«Qualche volta sono stato invitato a parlare di un film di fronte a degli alunni che prendevano quelle proiezioni come un’occasione per evitare la scuola, quindi senza interesse e impegno, salvo casi rarissimi. Più recentemente ho incontrato alunni delle elementari per parlare di cinema e invece ho trovato molta voglia di conoscere e di sapere».

Carlo Verdone immagina che se si allestisse «una sala cinema a norma» in ogni scuola avremmo circa ottomila sale nelle quale vedremmo molto cinema nazionale ed estero che non arriva in distribuzione, e, soprattutto, abitueremmo i ragazzi al piacere dello spettacolo in condi-visione…

«Ho paura che sia un sogno impossibile. Certo è che spingere i ragazzi a vedere i film insieme in una sala buia, dove le reazioni psicologiche di fronte alle immagini sono ben diverse da quelle offerte dalla visione casalinga, aiuterebbe molto a far rinascere il piacere e la passione per il cinema».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI