mercoledì 26 maggio 2021
Raccolte in volume le proposte del Premio Internazionale Architettura Sostenibile
Gli Alloggi Moreava sull’Isola di Pasqua, in Cile

Gli Alloggi Moreava sull’Isola di Pasqua, in Cile - -

COMMENTA E CONDIVIDI

A gennaio la temperatura si aggira sui 30 gradi e nel mese più caldo, agosto, può superare i 48 gradi a Porto Sudan. Attorno c’è il deserto e i venti scaraventano la sabbia negli edifici. I tanti rifugiati attirati qui dall’attività economica garantita dal porto vivono in baraccopoli dove i bambini crescono in condizioni di igiene precaria: per questo, in una spianata tra due insediamenti di capanne, Emergency ha costruito un centro pediatrico. Non un semplice ospedale: un luogo di riferimento per la comunità. Progettato dallo studio italiano Tamassociati, si avvale di soluzioni tecnologiche avanzate, armonizzate con le tradizioni e i materiali costruttivi tipici del sito: sistemi di filtrazione per frenare l’irrompere della polvere del deserto, pareti ventilate per ridurre la temperatura interna, torri eoliche integrate a un sistema di refrigerazione dell’acqua di tipo industriale che costituisce una novità per quelle regioni africani. Il tutto entro un’architettura composta da tetti piani, pareti bianche, portici e finestre di forma variata che danno un tono allegro e originale all’insieme pur contraddistinto da un’estrema semplicità. Le acque reflue hanno permesso di realizzare gradevoli giardini a disposizione del pubblico, capaci di favorire la guarigione dei piccoli malati e di rendere ridente l’arido paesaggio.

È uno dei progetti che hanno vinto, nel corso degli anni recenti, il Premio Internazionale Architettura Sostenibile. È organizzato dalla facoltà di Architettura di Ferrara, ne presiede la giuria Thomas Herzog, il pioniere della progettazione bioclimatica, è sponsorizzato da Fassa srl, ed è un premio assai difficile. Perché oggi, per ragioni di mercato, non c’è progetto che non si dica 'sostenibile': da quando nel 1987 l’ONU ha promosso il rapporto Bruntland, tale tema è divenuto un imperativo sempre più incalzante, sino a imporsi come una moda. Dunque, rispetto ad altri premi di architettura, dove sta la sua particolarità? Nel ricercare criteri di valutazione universalmente validi, il premio si è andato evolvendo di anno in anno: si è rivolto ad architetture di piccole dimensioni, cioè a quelle che compongono i tessuti urbani diffusi e non solo alle grandi opere che spiccano; ha considerato come le tecniche e i materiali tradizionali vengono integrati con le tecnologie più avanzate; ha preso in esame il modo in cui la singola costruzione interagisce col paesaggio.

E oggi, scrive Giorgio Zauli, rettore dell’università di Ferrara, nel volume firmato da Marcello Balzani e Roberto Di Giulio Architettura e sostenibilità (Skira, pagine 256, euro 49,00), si comprende che «l’inclusività è un carattere della sostenibilità » ed è collegata «coi processi di condivisione, le strategie partecipative e i processi gestionali». Di qui che la finalità dell’edificio sia rilevante, oltre al modo in cui viene costruito, e che tanta attenzione si riservata a come sono valorizzate le tecniche tradizionali. Alcuni esempi. Tra i premiati nel 2011 c’è la torre Bligh di Sidney (Australia) progettata da Ingenhoven architects + Architectus. Una delle sue caratteristiche è che i suoi 139 metri di altezza sono attraversati verticalmente da un ampio atrio centrale che sfruttando l’effetto camino controlla il clima interno in modo non energivoro: un sistema noto sin dall’antichità ma dimenticato nell’affanno speculativo della modernità protesa a far rendere sul piano immobiliare ogni centimetro quadrato edificato.

Il Centro culturale del Parco nazionale di Mapungubwe in Sudafrica, progettato da Peter Rich Architects, composto da una serie di edifici in forma di colline che, in pietre e terra cruda, riprendono tradizioni locali a rischio di oblio, e per la sua costruzione si sono formate maestranze locali tra disoccupati che hanno così acquisito una specializzazione. Il Centro di riabilitazione psicomotoria Jigiya So’ a Kati in Mali, su disegno di Caravatti_ Caravatti, integra le funzioni terapeutiche con spazi di servizio per la comunità locale nei patii interni, è frutto del convergere tra design contemporaneo e tecniche antiche, e le pareti sono istoriate con segni tipici della locale cultura Bambarà, opera dell’artista Alphonse Traoré. La sostenibilità non è solo tecnica o risparmio energetico: è rispetto per le tante tradizioni e le tante identità, ma interpretato come tensione verso una collaborazione tanto necessaria quanto inevitabile. Così anche l’architettura può contribuire a risolvere i conflitti alimentati dai tanti volti dell’egoismo umano.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: