giovedì 29 agosto 2019
Il regista con il suo corto “Passatempo” lancia la sfida ai nostri politici anti-migranti «Il senso di questo film? Aver fatto lavorare Douda che così ha ottenuto il permesso di soggiorno»
Amelio: «Da sempre io sto con gli ultimi»
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Il regista con il suo corto “Passatempo” lancia la sfida ai nostri politici anti-migranti «Il senso di questo film? Aver fatto lavorare Douda che così ha ottenuto il permesso di soggiorno» inviata a Venezia Un professore in pensione seduto al tavolino di un bar in una linda piazza italiana, sta facendo colazione. Subito dopo arriva un ragazzo dalla pelle scura e gli occhi dolci, viene dal Mali ed è atteso per un “gioco” impossibile. Un cruciverba irrisolvibile, poiché occorre indovinare le soluzioni prima che venga posto il quesito. A un certo punto, spunta una pistola…Si apre così Passatempo, l’intenso cortometraggio dai toni allegorici scritto e diretto da Gianni Amelio, evento speciale che inaugura oggi la Settimana della critica alla Mostra di Venezia, con cui il regista di Lamerica e Così ridevano torna ad affrontare il tema delle migrazioni. Protagonisti un sempre magnifico Renato Carpentieri e per la prima volta Daouda Sissoko, vero rifugiato dal Mali.

Gianni Amelio, come mai ha scelto di trattare un tema a lei caro in un cortometraggio?
Tutto nasce nella Fondazione Fare Cinema, diretta da Marco Bellocchio a Bobbio. C’è un corso teorico che tocca varie discipline. Poi con i ragazzi ci si mette al lavoro per un piccolo film da girare sul posto in quattro o cinque giorni. Direi che la sfida più grande è stato trovare un buon argomento da proporre ai giovani.

Nella città fantasma in cui è ambientato Passatempo intorno al professore pedalano solo ragazzi africani. L’incubo di Salvini, a quanto pare…Ha girato il corto pensando a lui?
Il nome l’ha fatto lei (ride. ndr). Pensavo proprio a quello. È l’incubo di chi si sente accerchiato, ma in modo gentile. Se hai uno che ti punta un coltello ti difendi, ma se un gruppo ti gira intorno tranquillamente, quella è la cosa più terribile che possa capitare alla persona cui lei si riferisce.

Il rapporto con i migranti è diventato un problema dell’Occidente?
La logica del potere occidentale dice all’immigrato: “Io democraticamente ti sottopongo a un test. Tu vuoi entrare nel mio Paese? Meritati questo ingresso”. Quante volte qualcuno ha detto che i migranti devono imparare la lingua italiana, devono acquisire dei costumi italiani. Questo signore ha deciso si debba giocare a una enigmistica rovesciata, quindi impossibile. Scopriamo poi che il professore non è poi così d’accordo con quello là di cui parlava lei.

Come possiamo risvegliare le nostre coscienze?
Dobbiamo cercare di capire di cosa siamo fatti noi, quali sono i nostri bisogni prima ancora di interrogarci sui bisogni del ragazzo del Mali. Perché, onestamente, io ci sono arrivato così. Ho girato Lamerica sugli albanesi 25 anni fa perché ho vissuto un problema esattamente identico: tutta la mia famiglia è emigrata, e io e mia madre siamo rimasti soli in un posto sperduto della Calabria. Io ho conosciuto anche l’arroganza di quelli che avevano i soldi. Ho sempre sostenuto che mi sento sempre molto più vicino a un povero del Nord che a un ricco del Sud. La ricchezza mi insospettisce, sia quando è troppo ostentata sia quando è troppo nascosta.

E oggi lei parla dei migranti africani.
C’è un potere che è arrivato al massimo della sua furbizia, del suo accanimento anche quasi surreale. Dall’altra parte qualcuno che non si rassegna, che continua a venire da noi, che evidentemente scappa da una realtà tremenda. Io ho fatto il film con questo meraviglioso Daouda Sissoko, un ragazzo di una innocenza senza pari. È arrivato 6 mesi fa in Italia con una barca, è stato accolto in una comunità vicino a Piacenza, dove ho girato il corto. Piacenza è una delle città italiane dove ci sono più africani e lavorano tutti, come i ragazzi del film che fanno tutti lavori che noi italiani non vogliamo fare più, altroché rubare il lavoro. Daouda ai tempi del film era boscaiolo, oggi fa il muratore e lo considera un grande passo avanti. Il mio film ha ottenuto una cosa bellissima che basterebbe a dare un senso al nostro lavoro: gli abbiamo fatto avere il permesso di soggiorno. Eravamo 100 persone che garantivano per lui, sulla sua personalità, su come aveva lavorato con noi, su quello che ci aveva trasmesso, sulla sua volontà di lavorare.

Perché ha scelto un tono allegorico per affrontare un tema di attualità?

L’allegoria è un racconto che apparentemente ha tutti i crismi della realtà, solo che dietro tu leggi un possibile altro significato. Ad esempio, nel corto il ragazzo africano dice mostrando le chiavi «andiamo a casa mia», poi si entra in un appartamento e si scopre che è quello del professore. Significa che noi uomini occidentali abbiamo anche paura che ci prendano la casa, come dice la propaganda di quel signore di cui prima.

E lei di cosa ha paura?
Ho paura della aridità. Il giorno in cui noi rinunceremo al sentimento sarà un brutto giorno. Vorrà dire che si è spenta una luce bellissima dentro di noi.

Ce lo ricorda anche papa Francesco, l’unico leader internazionale che si batte a favore dei migranti.
Papa Francesco è l’unico vero politico serio che abbiamo al mondo. Per me non è semplicemente un pastore, un rappresentante della Chiesa. Lui ha capito che il mondo ha bisogno di politica: essendo l’altra politica tutta storta, almeno lui può dire a milioni di persone una cosa sensata. E tutto quello che dice è sensato.

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