sabato 31 ottobre 2015
Benito Mussolini e gli Stati Uniti: storia di un mancato incontro. Benché spronato a scrutare all’orizzonte il nascente secolo americano, dalla sua amante ebrea Margherita Sarfatti, ben introdotta in tutti gli ambienti delle élite internazionali anche anglosassoni, il Duce non divenne mai un vero amico del Continente Nuovo. Ne diffidava anzitutto per ragioni culturali: la società dei consumi del colosso statunitense lo disgustava, e dopo il tonfo di Wall Street del 1929, che portò al collasso milioni di famiglie di salariati, prese il sopravvento in lui l’antico livore anticapitalistico e antiliberista del vecchio rivoluzionario operaista e classista. Ma, soprattutto, occorre dire, Mussolini, pur attratto dal dinamismo competitivo del modello Usa, rimase confinato entro schemi e orizzonti mentali eurocentrici, per di più viziati da un certo provincialismo. Nei suoi vent’anni di potere, non soltanto non volle compiere alcun viaggio oltreoceano, ma non si recò mai a Parigi, e sbarcò a Londra soltanto una volta: nel dicembre del 1922, poche settimane dopo essere divenuto capo del governo.Al contrario, fu l’America a essere sedotta dal Duce. Nella seconda metà degli anni Venti, e lungo quasi tutto l’arco degli anni Trenta, larga parte del pubblico a stelle a strisce simpatizzò apertamente per il fascismo e per il suo leader. Il cinema, e, più in generale, tutto il circuito mediatico degli Stati Uniti, elaborò una vera e propria mitizzazione dell’uomo, dipinto come un novello imperatore romano. Nel 1933, la Columbia Pictures, una delle maggiori società di produzione per il grande schermo, lanciò nelle sale un film-documentario sul Duce e sull’Italia littoria, che divenne campione di incassi, scalando l’olimpo dei cult. Il lungometraggio, della durata di 74 minuti, si intitolava Mussolini speaks (Parla Mussolini). La prima curiosità è data dal fatto che i padroni della Columbia erano due fratelli ebrei, Harry e Jack Cohn: entrambi, dopo il 1940, compirono ogni sforzo per occultare le prove di quella loro operazione commerciale che fruttò un milione di dollari. Harry Cohn viene ricordato come un tycoon privo di scrupoli, che governava la sua casa di produzione con metodi polizieschi. Il Duce lo invitò in Italia per premiarlo, dopo il trionfo ai botteghini di Mussolini speaks. Il produttore americano era talmente infatuato del dittatore, che dopo averne visitato lo scenografico studio a Palazzo Venezia, volle imitarlo, rimodellando il proprio ufficio sui canoni duceschi. Nel progetto di Mussolini speaks pare fosse stato coinvolto anche il regista siculo-americano Frank Capra, che fino alla fine degli anni Trenta lavorò per la Columbia. Del resto, sono note le posizioni filofasciste di Capra, benché questi, nel dopoguerra, avesse provveduto a cancellarne le tracce. Il Duce stesso, d’altra parte, era un fan del cineasta d’origine italiana: a un certo punto, offrì addirittura alla Columbia un milione di dollari perché Capra dirigesse una sua biografia cinematografica. Cohn, questa volta, declinò. La realizzazione di Mussolini speaks costò ai fratelli Cohn centomila dollari, compresi i diritti di sfruttamento dei discorsi di Mussolini che furono acquistati a prezzi di mercato.Il film-documentario era narrato dallo scrittore, attore e sceneggiatore statunitense Lowell Thomas. Nel ruolo di direttore di produzione venne indicato ufficialmente Jack Cohn, ma pare che poi al montaggio della pellicola fosse stato delegato Edgar G. Ulmer. Il lungometraggio è incentrato sui successi del regime fascista, e utilizza, quale fulcro narrativo, un discorso tenuto da Mussolini, a Napoli, all’apertura del Decennale della Marcia su Roma, nell’ottobre del 1931. Il tono del filmato, sia nei commenti sia nel suo assemblaggio, è enfatico. A livelli imbarazzanti. Forse neanche il Minculpop sarebbe giunto a tanto, nel magnificare i fasti imperiali del Cesare di Predappio. Si esordisce con un panegirico sulle origini del Duce, e sul suo genio: «un capo che forgia la storia», «un uomo d’azione fornito di un dono rarissimo: il magnetismo personale », un condottiero «instancabile che lavora incessantemente». Si passa poi a celebrare i trionfi della rivoluzione degli squadristi, che rappresentarono «l’elemento più giovane della nazione»: il loro inno, Giovinezza, è «una melodia, un canto di gioia». Neanche mezza parola, ovviamente, sui loro crimini: Matteotti, don Minzoni, Amendola, Gobetti, per gli americani sono destinati a rimanere sconosciuti. Il manganello e l’olio di ricino, strumenti di lotta contro l’anarchia e il bolscevismo, non sono neppure evocati. Il Duce viene descritto come un mago, il quale, per sortilegio, riesce a piegare «i fannulloni e i facinorosi» che infettano la nazione: «Con questi metodi [quali? Il narratore non lo dice] Mussolini fa sparire per sempre il disordine, la demagogia, il settarismo». Quando si introduce il successo ottenuto dal fascismo con la firma dei Patti Lateranensi, Lowell Thomas giunge a paragonare il Duce a Carlo Magno, Richelieu, Napoleone, Bismarck. Si passano poi in rassegna i vari altri capitoli delle realizzazioni del regime. La nuova Stazione centrale Milano, «superba mole di marmo bianco, lucente», è il segno tangibile della ricerca della bellezza, da parte del dittatore, al cui semplice cenno pare materializzarsi la nuova spiaggia di Ostia. Si ripercorrono poi le note conquiste del Ventennio: l’ammodernamento infrastrutturale del Paese, le bonifiche, la battaglia del grano, le politiche sociali e demografiche. L’apoteosi celebrativa rasenta il grottesco quando si accenna ai meriti del Duce nel miglioramento delle razze equine italiche. Insomma, Benito è il «moderno Cesare», che «fa rivivere la gloria antica», con tanto di corollario iconico: «le linee scultoree della sua testa ricordano i tratti di un imperatore romano». Si esaltano anche le liturgie collettive del regime e le manifestazioni della sua potenza guerresca: la formazione paramilitare dei fanciulli, i voli transoceanici di Balbo. «I ragazzi avanguardisti hanno un’ottima educazione: del corpo e dello spirito». Nessuno pare sospettare che quelle «centurie alate» e quei ragazzi potrebbero diventare braccia e armi per la guerra domani.

La locandina del lungometraggio «Mussolini speaks!»
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