Uno sconosciuto, alle Poste
sabato 6 marzo 2021
Ero alle Poste. Un uomo anziano, vestito decorosamente, si è seduto proprio accanto a me, senza badare al "distanziamento fisico". Ha estratto di tasca una cartolina spiegazzata: la foto di una spiaggia, e, dietro, parole fitte sulla carta ingiallita. L'uomo tormentava la cartolina fra le mani. Poi mi ha guardato e mi ha chiesto: "Scusi, che francobollo ci vuole?" L'ho presa in mano. Il francobollo era già stato affrancato, vent'anni fa. Lo sconosciuto - occhi grigi smarriti, un'espressione infantile - ha insistito. "Devo spedirla a mio figlio. Così lui me la rimanda". Capisco, ho detto. (Si direbbe che i matti mi riconoscano. Nella folla, da quando ero ragazza, mi scelgono. Li sto a ascoltare con tenerezza. Credo che la follia sia la più grande solitudine: inferno solo tuo, che non si può comunicare). L'uomo parlava di un figlio, vivo, o forse morto, e di un paese sul mare. E di "quello", che lo aveva costretto a partire. "Quello", che continuava a inseguirlo. Io mi immaginavo una casa disadorna, vicini indifferenti. E la cartolina sgualcita, così preziosa. Poi il vecchio si è alzato, "È tardi - ha detto - devo andare". L'ho guardato allontanarsi, l'unico senza mascherina. Se la solitudine avesse un peso, l'asfalto delle città cederebbe, ho pensato. (Perché pregare solo per chi ci è caro? Non è per ogni sconosciuto, che si dovrebbe pregare?)
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