venerdì 21 giugno 2019
Fa bene rileggere ogni tanto qualche pagina dei classici sui quali ci siamo, direttamente o indirettamente, formati. Per esempio è ancora sommamente istruttivo tornare a Carlo Michelstaedter e al suo La retorica e la persuasione (del 1910, anno del suicidio dell'autore a 23 anni di età), uno dei maggiori libri di filosofia che il passato ci ha consegnato. Lo ha ristampato, meritoriamente e più volte, Adelphi. Si tratta di pagine di una forza tale da sbalordire, anzi da stordire, e forse oggi più di ieri! Io ci sono arrivato per il tramite di Aldo Capitini, che trasse da lì la sua distinzione tra retori e persuasi, mai forse così attuale come adesso che le persuasioni scarseggiano e le retoriche impazzano. La cultura tutta sembra essere fatta di retoriche, di idee addomesticate e addomesticabili, di libri a migliaia e a milioni dove è possibile dire e fingersi di tutto, ma la cui molla è quella del successo e della carriera, accademici e non, ma soprattutto accademici. E dove c'è anche chi scrive saggi e romanzi per non altra ragione che quella di sentirsi e credersi vivi, accontentandosi di ben poco! Dov'è anche possibile fingersi persuasi... Scriveva il giovane goriziano che, da Socrate in poi, i persuasi sono coloro che hanno compreso il senso della "finitezza" e a essa vogliono reagire, sfidando in qualche modo la realtà, non accettandone le presunte regole, i codici e i modelli, le scorciatoie, le maschere. Perché è da questa finzione che si traggono i benefici dello star bene, almeno transitoriamente, i benefici della vanità, la convinzione di contare qualcosa, di esistere. Si direbbe che pochi siano i persuasi, nel mondo di oggi, e che siano legioni invece i retori, considerando anche che, tra costoro, ci sono quelli che si credono a buon mercato persuasi: scrittori ed editori, guru ed educatori, politici e funzionari, artisti e persino attivisti che fanno il possibile per non guardare la comune condizione di generale impotenza di fronte al corso della storia e alle astuzie del potere, ai modi in cui chi dirige il gioco li truffa e ci truffa, oggi con più furbizia di sempre. Quanti retori, per esempio, anche tra di noi del cosiddetto "sociale"! Ma quanti di più - perché non hanno un confronto diretto con le ingiustizie del secolo come molti (non tutti) quelli del "sociale" sono costretti a vivere e a soffrire - tra le migliaia, le centinaia di migliaia dei vecchi e giovani "intellettuali", mai così tanti e così massificati e conformi, però pronti a qualsiasi gioco di specchi pur di ingannare gli altri, anche ingannando per primi se stessi. Rileggere Michelstaedter può far molto bene a un giovane lettore di oggi, che
magari ha letto tanto ma senza pensare a nessuna pratica estranea alle regole del gioco di questo "sistema" economico e culturale. Si può anche restare, come accadde al giovane goriziano, fulminati dalla conoscenza, ma questo è un rischio da correre, se si cerca di essere nel vero, persuasi e non retori. Qualora si superi la prova (l'antica "lotta con l'angelo"), si è pronti allora ad affrontare, da persuasi, il drago della "irrealtà".

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