Non lasciamo stare i santi
venerdì 26 febbraio 2021
Ogni volta che lungo l'Autostrada dei Fiori passo da Bereguardo, verso Pavia, cerco con gli occhi il campanile di Trivolzio. Lì riposa san Riccardo Pampuri, sacerdote e medico negli inizi del '900, uomo straordinario. Uno che, cappellano tra le trincee della Prima guerra mondiale, si trascinava nella neve un carretto carico di bende e farmaci, per curare i feriti.
Così quando L. era in fin di vita a Pavia e io andavo a trovarlo, sempre guardavo quel campanile, dall'autostrada. Anche L. era un bravissimo medico, ma a parole, almeno, un ateo irridente. Sotto al suo sorriso, però, intravedevo un angosciato niente.
E ora, di colpo, stava morendo. Allora chiedevo per lui a Pampuri una nuova speranza. Ma non succedeva niente.
Un giorno che ero particolarmente cupa, in autostrada guardando il campanile dissi: «Certo, Pampuri, gran santo che sei, non sai nemmeno far riconoscere Dio a un moribondo…». E, veramente nera, accelerai.
Poche ore dopo L., dal letto, con la mano fece il gesto di bussare. Che fai? gli chiesero. «Busso, perché Quello lassù mi apra», rispose.
Quando lo seppi, ammutolii.
Mi restò un dubbio però: che con i santi si debba litigare? Forse non sono abituati, a essere presi di petto. E quando accade sussultano, e guardano con meravigliata tenerezza quel maleducato laggiù - che, però, ha un po' di fede.
(Sempre, verso Bereguardo, ora cerco il campanile rosso, e saluto).
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