Coronavirus. La paura che conta
lunedì 23 marzo 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 12

Ieri meglio, oggi chissà. Seicentocinquantuno invece di settecentonovantatrè, e non serve dire cosa siano. Lo scrivo in lettere e non in cifre perché viene più lungo, mi amplifica l’illusione. Come quando racconti le favole ai bambini e loro ti chiedono di andare avanti, anche se avresti finito. Solo che questa non è una favola. E’ una storia vera, e si lascia dietro cifre che, appena sono un filo meno bastarde di prima, ti obbligano a dire: meno male. E a vergognarti di doverne essere contento.

Ho sempre avuto soggezione dei numeri, perché dopo la sottrazione hanno il potere di ricominciare da capo. Ma la speranza è l’unico rischio che possiamo permetterci di correre: mette un riflettore sul punto debole del nemico, è la morfina che ci culla. Almeno fino alle sei della sera.

Il fatto, indiscutibile, è che abbiamo paura. E non è più la paura classica, quella del buio e delle cose che nasconde. Non conosciamo come è fatto il nemico, ma almeno lo immaginiamo perché ci hanno disegnato quella palla grigia con i bitorzoli rossi. Anche se non fosse fatto così, ce la facciamo bastare come immagine. Ha un nome, ma il problema è che non sappiamo dov’è, e nemmeno se quello che facciamo per sfuggirgli è corretto o non basta mai. Il paradosso di questi giorni pestilenziali è che proprio nell’era consacrata all’esserci, a presenziare a ogni costo, a riempire gli spazi, siamo costretti invece a giocare a nascondino: vince chi non si fa trovare. E l’unico premio è quello di poter continuare a giocare.

Però la paura merita sempre rispetto. In tempi normali c’è chi ha la fobia dei topi, chi è terrorizzato dai ragni, chi ha l’incubo della folla. C’è chi ha paura della felicità, e anche chi ha semplicemente paura di avere paura. Anche se non condividi questa o quella, di solito si è indulgenti con chi ne è schiavo, adesso invece è un privilegio provarla. Perchè la paura ci fa reagire, ci consiglia, ci obbliga a comportarci come non faremmo mai se non fossimo così terrorizzati. Così me la tengo, e aspetto, sapendo che anche in una novità buona c’è sempre lo spavento di rischiare di perderla. Aspetto un numero nuovo, per sentire che la vita va avanti. E che è più forte della paura.

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