mercoledì 6 gennaio 2021
Guardo sempre l'orologio, ai primi di gennaio, all'imbrunire. Con una segreta contentezza. Eppure, mi dico, di un minuto le giornate stanno già iniziando ad allungarsi. Sotto a questo cielo incolore, sotto agli alberi ischeletriti, tuttavia il Sole si è già messo in cammino: verso l'equinozio di primavera, il 20 marzo.
Comincia inavvertita, invisibile agli occhi, la rinascita. Sotto la terra dura, dentro le zolle nere. Dentro ai rami irrigiditi dal gelo. In realtà, la vita risorge nel profondo del buio. È questo che la natura eternamente continua a ripeterci. Noi ce lo siamo quasi dimenticati - noi gente di città, noi di questo evo.
Ma se in un giorno di gennaio camminiamo per una campagna e stiamo zitti e ascoltiamo, ancora lo sentiamo. Occorre tendere l'orecchio, stare attenti: ma quella terra apparentemente morta è colma di segni. Già sotto la corteccia nera si vanno formando le gemme, e sugli alberi i nidi abbandonati aspettano. Su quegli alberi che sembrano braccia vuote tese al nulla, aspettano: perché i migratori torneranno.
Nidi con la conca vuota verso il cielo, come la mano di un uomo che mendichi. Che ogni cosa nel Creato sia segno, fatta per indicarci altro? Bisognerebbe tacere, bisognerebbe stare molto attenti.
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