Classe 2020
sabato 20 marzo 2021
Una comitiva di ragazzi, d'estate, in montagna. «Martino, tu di che anno sei?» Martino, un ragazzone alto, gli occhi chiari: «Io sono del 2020…» Gli altri, attorno, più piccoli: «No! Del 2020! L'anno del Covid! E racconta, non ti sei ammalato?». Sorride Martino, faccia da orso buono: «No, io sono nato sanissimo e non mi sono ammalato. Ma mi hanno raccontato che l'Italia era in lockdown, i bar chiusi, proibito viaggiare, tantissimi disoccupati, coprifuoco alle 10 di sera…». Nemmeno i tuoi, si sono ammalati? «No. I miei nonni, però, hanno perso degli amici. Si è ammalato gravemente, e poi è guarito, il prete che mi ha battezzato. E quello, invece, che aveva sposato i miei genitori, è morto. L'ho visto, nelle foto del matrimonio: era ancora giovane». Gli amici, seduti sulle rocce del Lagazuoi, sopra al passo Falzarego: «Accidenti. E tu proprio niente? Neanche uno starnuto?» Niente, risponde il ragazzo, fiero. «Anch'io sono del 2020», fa un altro. «Anch'io», alza la mano una biondina. (Quelli del 2020 sono fieri: quasi un orgoglio, l'essere nati in quell'anno). Ora sono stanchi e affamati. Tirano fuori le borracce, sbranano i panini. Le Tofane, sopra di loro, radiose nel sole allo zenit. Cantano: «Signore delle cime…». Non c'è una nuvola, in questa mattina d'agosto dell'anno 2038. Martino è mio nipote, io me ne sono andata da tempo. L'eco porta le voci dei ragazzi fra le valli, lontano.
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