venerdì 2 novembre 2012
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«​Un anno e mezzo fa, nell’impianto Duferco di La Louviere, abbiamo fuso un carico di rottami in cui era stato nascosto del cesio 137. Risultato: impianti fermi un mese e danno di tre milioni di euro». Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, descrive così l’incidente che ha colpito l’acciaieria belga del suo gruppo. «Per fortuna né le persone né l’ambiente sono stati esposti alla radioattività: le analisi svolte sul terreno circostante e sui lavoratori lo hanno escluso. Però adesso abbiamo il problema dello smaltimento delle scorie rimaste contaminate».Come lo state gestendo?Non ci sanno dire come smaltirle, quindi siamo costretti a tenercele. Le autorità belghe ci hanno ordinato di costruire un bunker in cemento armato dove abbiamo messo in sicurezza 50 tonnellate di polveri radioattive.I portali radiometrici avrebbero dovuto rilevare il cesio in entrata.Certamente. Ma non è successo perché la sostanza era sicuramente schermata da un involucro di piombo. Abbiamo installato i rilevatori non solo agli ingressi dello stabilimento, ma persino sui “ragni” che sollevano i rottami: di solito rilevano anche le sorgenti più deboli, stavolta invece non è bastato. Per questo dico che senza dubbio il cesio era stato occultato. Ma del resto non è una novità: casi simili si sono verificati anche in Spagna e Germania, più meno nello stesso periodo. Significa che in circolazione c’erano carichi contaminati, magari provenienti dalla stessa zona.Una fonte radioattiva non finisce per caso tra i rottami…Direi proprio di no. Ci finisce per i comportamenti truffaldini e criminali di individui senza scrupoli, cui si rivolge chi si vuole disfare di questo materiale senza seguire procedure regolari e costose. Per fortuna negli ultimi mesi non ho più avuto notizia di episodi simili, ma il pericolo, purtroppo, è sempre in agguato.Come difendersi da questa minaccia?Bisogna intensificare i controlli, specialmente in dogana: stiamo sollecitando le forze dell’ordine in questo senso. Inoltre occorre applicare protocolli di smaltimento più rigidi, specie per chi opera in campo sanitario: buona parte di queste sorgenti orfane proviene proprio da vecchie attrezzature diagnostiche, così come da sistemi di puntamento industriale. Le acciaierie hanno fatto molto, aumentando le precauzioni dopo l’incidente che si verificò all’Alfa Acciai di Brescia nel 1997. Prima di allora, però, il problema non era noto. Adesso in Europa il livello di attenzione è tutto sommato alto, ma pensiamo alle fonderie del terzo mondo, dove i controlli radiometrici non ci sono. In quei forni può entrare davvero di tutto.Anche quando vengono intercettate, le “sorgenti orfane” restano un fardello ingombrante.Certamente. Nel nostro impianto di San Zeno, vicino a Brescia, è custodito da dieci anni un orologio di un tank russo. Probabilmente aveva assorbito radiazioni da proiettili all’uranio impoverito. Non si sa dove mandarlo, così ce lo teniamo.Nel complesso, lo scenario non è per nulla rassicurante.Il traffico illecito di rifiuti tossici e pericolosi è una delle grandi piaghe dei nostri tempi. L’industria siderurgica è tra le prime vittime della situazione. Ma si deve sapere che il nostro impegno sul fronte ambientale è totale. Ci dipingono come inquinatori, ma il 30-40% del nostro tempo lo utilizziamo per mettere a punto soluzioni che contribuiscano a uno sviluppo sostenibile.
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