domenica 21 luglio 2013
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Le botte su Facebook. I lividi, gli occhi gonfi, il naso sanguinante in balìa dei 'mi piace', dei 'commenta' e dei 'condividi'. In quell’arena del voyeurismo che è diventato 'il libro delle facce' si era visto (quasi) di tutto: foto osé postate per vendicarsi di ex-innamorate, chat persecutorie ai danni di compagne di classe, ignobili video di prepotenze di gruppo. Ora a far discutere è il volto tumefatto di una donna. Pestaggio domestico, denuncia lei, lanciando nella piazza virtuale del social network il suo rapporto a dir poco complicato con l’ex, un cantautore romano dalla popolarità un po’ appannata. Violenza odiosa, indegna, ripetuta tanto da averle in passato – così sostiene la giovane donna – causato un aborto, diligentemente documentato anch’esso grazie alla fotocamera di uno smartphone e poi orribilmente reso di pubblico dominio attraverso il profilo Fb. La denuncia ha un forte impatto mediatico, e difatti scalda il popolo del web che reagisce sugli account dei due protagonisti. 'Scrivi per le donne e poi le ammazzi di botte', è uno dei post più teneri rivolti a Massimo Di Cataldo. E poi: 'Vergognati, fai schifo!'; 'In galera'. La storia rimbalza, com’è ovvio, sui siti web di informazione e poi sui quotidiani, con le poche verifiche possibili, spesso senza sfumature. C’è una donna picchiata dall’ex compagno, ci sono i lividi, c’è il tribunale del web. Tanto basta per scatenare la cagnara, in un periodo in cui la violenza contro il 'sesso debole' (questo è uno dei pochi casi in cui è legittimo scriverlo) sembra diventata epidemia. Ma possono i social network diventare la corte di giustizia per le donne maltrattate? Può la gogna di Facebook - aggravata dal fatto che le accuse rimangono pubbliche per l’eternità e raggiungono i quattro angoli del mondo - sostituirsi a una denuncia circostanziata, a una reazione seria alla violenza, attraverso le quali si esigano dalla legge tutela, giustizia, riparazione? Nel caso che oppone Anna Laura Millacci a Massimo Di Cataldo non c’è una donna che dice basta a un sopruso e lo denuncia con fermezza, ma una donna che - vera o falsa che sia l’accusa - vuole farsi giustizia da sé, e forse rovinare per sempre l’uomo con cui ha condiviso un pezzo di vita. Ora la polizia, su notizia di reato, svolgerà accertamenti sulla violenza e sull’autenticità delle fotografie pubblicate. I legali di entrambi sono stati coinvolti. Il cantautore 'faccia d’angelo' nega tutto, si dispera sulla sua reputazione distrutta, annuncia querele e invita tutti a ragionare sull’'uso spregiudicato dei social network'. Lo fa dal suo profilo, rispondendo colpo su colpo nella stessa arena in cui è nato il caso. I social come un tribunale, dunque, dove accusa e difesa si oppongono a colpi di post e con il contatore dei 'like' attivo. Un tribunale dove però la legge non è uguale per tutti e, da dove, cosa più grave, non ci si possono aspettare sentenze giuste: i 'giudici' – tutti noi – non attendono di ascoltare i testimoni, né di valutare le prove, né hanno gli elementi per determinare con ragionevole certezza i torti e le ragioni. I social come una gogna, e questa non è certo una novità. Ma si vorrebbe che certi misfatti, come la violenza sulle donne, restassero lontani dalle arene dei gladiatori. A prescindere dalla vicenda Millacci-Di Cataldo, e nell’attesa di accertare la verità come solo forze dell’ordine e magistratura possono fare, non vorremmo che altre donne pensassero che l’unico modo per ottenere giustizia e il rispetto dovuto sia rivolgersi alla piazza di internet. Ci sono ben altri percorsi per reagire ai soprusi, fisici e non solo. Per quanto una denuncia, soprattutto nei confronti di un uomo che si è amato, sia difficile da presentare, per quanto i meccanismi di protezione delle vittime siano contraddittori e lacunosi, la tutela di una donna maltrattata deve venire dalla legge, non dalla 'vendetta' di internet. Ci sono ancora cose troppo importanti per affidarle soltanto a un post su Facebook.
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